27/09/2026
LA NOTTE IN CUI MODICA ANNEGÒ
Nella notte fra il 25 e il 26 settembre 1902 Modica dormiva sotto una pioggia che durava da ore quando, alle 4:20, la terra ormai sazia d’acqua smise di berne e i torrenti Pozzo dei Pruni, Janni Mauro e Santa Liberante raccolsero quanto cadeva sulle cave, per scagliarlo contro Modica Bassa.
Il Pozzo dei Pruni arrivò dietro Santa Maria di Betlem come un muro di fango, massi, alberi e carcasse, un fronte alto quasi undici metri davanti al quale il ponte della Catena cedette, tre case furono cancellate e la chiesa si riempì d’acqua.
In piazza San Domenico i torrenti si congiunsero con la furia di due assassini che si riconoscono; la pressione fece esplodere sessantotto metri dell’alveo già coperto, mentre la piena sfondava porte e invadeva i tuguri. Alle 4:50 era quasi tutto finito.
In quella mezz’ora morirono 112 persone e intere famiglie scomparvero nel sonno.
I Tirella vennero recuperati giorni dopo, padre, madre e tre bambini ancora stretti in un unico abbraccio cementato dalla melma: la morte li aveva presi insieme e gli uomini non ebbero il coraggio di separarli.
Francesca Grazietta Scollo aveva sedici anni e, in camicia da notte, legò una corda al balcone per ti**re su due famiglie intrappolate nei bassi; un uomo p***e la presa, gli altri si salvarono grazie alle braccia di una ragazza che la storia ricordò appena.
La pioggia fu eccezionale, ma trovò una città preparata al lutto più che alla prevenzione, con alvei ristretti, occupati e in parte coperti.
All’imbocco dello Janni Mauro una cancellata ostacolava il deflusso, così alberi, sterpaglie e carcasse formarono una diga che, cedendo, trascinò una casa con quasi tutta la famiglia.
La manutenzione insufficiente non fu l’unica causa, perché quel nubifragio avrebbe comunque devastato Modica, ma alvei puliti, più larghi e liberi da sbarramenti avrebbero ridotto rigurgiti e accumuli. Il pericolo era noto e il Governo era stato più volte sollecitato; in Italia, però, la prevenzione è spesso una commemorazione celebrata in anticipo da chi non viene ascoltato.
Anche la famiglia Quasimodo fu toccata dal disastro. Salvatore aveva tredici mesi e viveva in via Posterla con la madre Clotilde e il fratello Vincenzo; dopo l’alluvione il nonno arrivò da Roccalumera e li condusse via. Il futuro Nobel conobbe così lo sradicamento prodotto dall’acqua.
I danni vennero stimati in cinque milioni di lire, più di dodici bilanci annuali del Comune e, considerando il contenuto aureo della moneta, circa 175 milioni di euro attuali, stima che non può conteggiare morti e vite ricominciate dal nulla.
Dopo la strage i torrenti furono incanalati e coperti, sopra di essi nacque corso Umberto e Modica guadagnò sicurezza e una strada, perdendo però il fiume, diciassette ponti e quasi tutti i ventitré mulini che trasformavano l’acqua in farina e lavoro.
La chiamavano la Venezia di Sicilia, non perché possedesse gondole, ma perché era una rara città barocca costruita intorno all’acqua.
Briglie, bacini a monte, scolmatori e alvei più ampi avrebbero forse consentito di conservarne una parte; nella paura si preferì seppellire il pericolo sotto le strade, decisione comprensibile per la sicurezza e irreparabile per la bellezza.
Il rimpianto per il fiume perduto viene dopo quello per le vite spezzate, perché 112 persone si erano addormentate nelle proprie case credendole il luogo più sicuro del mondo.
Modica nascose i torrenti, ma prima dovette seppellire i propri figli.
Fonti: Giovanni Modica Scala, La grande alluvione, Argo, 2004; Comune di Modica, commemorazioni dell’alluvione del 1902; Corriere della Sera e La Stampa, cronache del settembre 1902; Casa natale e Centro studi Salvatore Quasimodo.