09/09/2026
🎵 I MUSICISTI CHE MI HANNO FORMATO #5
PRINCE ROGERS NELSON
Dopo Stevie Wonder, per me arrivare a Prince è quasi naturale.
Ma con Prince c’è qualcosa in più.
Se penso al polistrumentista completo, al musicista capace di attraversare generi diversi senza perdere mai la propria identità, per me lui rimane ancora oggi un numero uno assoluto.
Non mi ha mai affascinato semplicemente perché sapeva suonare tanti strumenti. Mi ha affascinato perché riusciva a essere musicista, autore, arrangiatore, produttore e performer a 360 gradi, facendo sembrare tutto parte dello stesso pensiero.
Prince poteva passare dal funk al rock, dal soul al pop, dall’R&B alla sperimentazione senza mai dare l’impressione di stare “provando” un genere.
Quel genere, in quel momento, diventava suo.
E poi c’è la chitarra, che per me merita un discorso a parte.
Prince era un chitarrista fenomenale, con un suono immediatamente riconoscibile e un groove a dir poco unico.
Poteva essere feroce, sporco, elegante, funk, rock, essenziale o esplosivo. Ma aveva quella cosa difficilissima da spiegare: bastavano poche note per capire che era lui.
E anche quando partiva con assoli tecnicamente impressionanti, non perdeva mai il senso del ritmo.
La sua chitarra non era mai separata dal groove. Era dentro il groove. (Quante volte ho detto voglio quella chitarra viola!!)
Poi il basso, le tastiere, la batteria, la voce capace di cambiare continuamente colore, registro e intenzione.
Eppure riconoscevi sempre Prince.
Da polistrumentista questa cosa mi ha sempre affascinato profondamente: non usare strumenti diversi per dimostrare di saperli suonare, ma usarli tutti per costruire un unico linguaggio musicale.
Ma Prince per me non è stato soltanto musica.
Mi ha sempre colpito anche il suo rapporto con l’industria discografica, la libertà artistica e il controllo della propria musica.
La sua lotta contro certi meccanismi delle major, il coraggio di cambiare strategie, cercare nuove forme di distribuzione e mettere in discussione un sistema che sembrava intoccabile.
È stato anche tra i grandi artisti che hanno intuito molto presto le possibilità di Internet e del rapporto diretto con il pubblico.
E, quasi paradossalmente, è stato capace anche di fare un passo indietro quando ha sentito che il mezzo rischiava di diventare più importante dell’arte.
Questa cosa mi ha sempre fatto riflettere.
Perché innovare non significa necessariamente dire sì a ogni novità.
A volte significa anche avere il coraggio di chiedersi:
questa tecnologia sta aiutando la musica o sta iniziando a sostituirla?
Una domanda che, forse oggi ancora più di allora, continua ad avere senso.
E Prince cercava continuamente strade alternative: nuove modalità di vendita, distribuzioni non convenzionali, album associati ai concerti, pubblicazioni attraverso giornali e riviste.
Anche questo per me era essere avanti: non accettare automaticamente il sistema solo perché “si è sempre fatto così”.
C’è poi un disco a cui sono particolarmente legato: Musicology.
Per me è un grande Prince.
Un Prince forse conosciuto meno dal grande pubblico rispetto a quello dei gloriosi anni ’80, ormai un po’ fuori dai radar dell’enorme esposizione di quel periodo, ma ancora capace di ricordare cosa significassero per lui groove, funk, scrittura, musicisti veri e suono.
Mi piace proprio per questo.
Perché Prince non finisce con Purple Rain.
E poi arriva uno dei ricordi più importanti.
3 novembre 2010. Prince dal vivo.
Per me, da pelle d’oca.
La presenza sul palco, il controllo della band, il groove, la capacità di passare da uno strumento all’altro. Spettacolare, sì, ma senza mettere mai lo spettacolo davanti alla musica.
A un certo punto smetti anche di analizzare quello che sta succedendo.
Ti lasci semplicemente travolgere.
Per uno come me, sempre affascinato dal polistrumentismo e dalla possibilità di attraversare linguaggi musicali diversi, vederlo fare tutto questo dal vivo è stato qualcosa di enorme.
Prince per me rappresenta ancora oggi l’eclettismo vero.
Non quello del “so fare un po’ di tutto”.
Quello di chi conosce linguaggi differenti abbastanza profondamente da poterli mescolare, trasformare e farli diventare propri.
Musicista. Autore. Produttore. Performer. Polistrumentista.
Ma anche un artista abbastanza coraggioso da mettere in discussione il sistema che avrebbe dovuto gestire la sua musica.
Forse è proprio questa la parola che più associo a Prince:
libertà.
Libertà di cambiare genere.
Di cambiare strumento.
Di cambiare strategia.
Di andare controcorrente.
E anche di cambiare idea.
Per me Prince rimane il riferimento assoluto di cosa significhi essere liberi musicalmente senza diventare mai generici.
🎧 E voi, qual è il vostro Prince?
Quello degli anni ’80? Musicology? Il chitarrista? Il funk? Le ballad? Il produttore? L’artista che sfidava l’industria?
E soprattutto: secondo voi oggi un artista può essere davvero libero dal sistema, o il sistema ha semplicemente cambiato forma?