Fiori per Dire di Cristina Tamiazzo

Fiori per Dire   di Cristina Tamiazzo Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Fiori per Dire di Cristina Tamiazzo, Fioraio, Via Vittorio Veneto n. 61, Veduggio con Colzano.

11/06/2026
15/04/2026

Il mio gatto sparì per tre giorni e tornò a casa con un conto scritto a mano legato al collarino, come se si fosse fatto mettere in nota in mezzo al quartiere.

Ettore era lì, seduto davanti alla porta di casa, come se non fosse successo niente.

Tre giorni via.
Nessuna traccia.
Nessuna vergogna.
Nessuna spiegazione.

Solo il mio grosso gatto rosso, tranquillo come un pascià, che si leccava una zampa con addosso un foglietto piegato, legato al collare con un nastrino blu.

All’inizio pensai si fosse fatto male.

Poi sciolsi il nastro e aprii il biglietto.

C’era scritto:

IL SUO GATTO MI DEVE:

8 scatolette di tonno
2 ciotole di pollo in umido
1 fetta di tacchino
e mezza polpetta di salmone che mi ha praticamente estorto guardandomi fisso.

Sotto, in una calligrafia incerta, c’era un indirizzo. Due vie più in là.

Rimasi sulla soglia, in calzini, a fissare Ettore.

Ettore fissava me con quella faccia da uno che aveva già deciso che ormai la faccenda fosse mia.

Abito in un quartiere tranquillo, di quelli dove la gente saluta sempre, ma si ferma poco. Si annaffiano le piante, si ritirano i pacchi, si entra e si esce dal cancello, e ognuno torna dentro casa sua senza disturbare troppo la vita degli altri.

A quanto pare, Ettore in quel quartiere si era costruito rapporti più profondi dei miei.

Mi passò accanto e andò dritto in cucina, come se non avesse appena fatto tre giorni di tour gastronomico a spese del vicinato.

Io gli andai dietro con il foglio in mano.

“Otto scatolette di tonno?”, gli dissi.

Lui saltò sul piano della cucina e miagolò davanti alla ciotola vuota.

Quel gatto aveva la tranquillità di uno che in vita sua non aveva mai pagato una bolletta.

Devo chiarire una cosa.

Ettore non pativa la fame.

Ettore non era trascurato.

Ettore pesava quasi dieci chili ed era fatto di pelo, pretese e faccia tosta. Mangiava bene, beveva acqua fresca, aveva croccantini buoni, una cuccia calda d’inverno e, ne sono abbastanza sicuro, cure migliori delle mie.

Eppure se n’era andato da casa ed era riuscito comunque a farsi mantenere da qualcun altro.

Verso mezzogiorno mi sentivo troppo in imbarazzo per lasciar perdere.

Lo misi nel trasportino, anche perché mi sembrava giusto che affrontasse almeno in parte le conseguenze delle sue azioni, e andai all’indirizzo scritto sul foglio.

Era una casetta chiara, con una panchina davanti alla porta e alcuni vasi un po’ malandati.

Aprì una signora anziana prima ancora che riuscissi a bussare una seconda volta.

Guardò subito il trasportino.

“Eccolo qua”, disse, e sorrise così in fretta che quasi mi spiazzò. “Il piccolo scroccone.”

Alzai il biglietto.

“Sono venuto a saldare il conto.”

Lei rise piano.

“Ma no, era più uno scherzo che altro.”

Dentro casa sua c’era odore di caffè e bucato pulito. Niente di speciale. Solo una casa semplice, in ordine, silenziosa. Di quel silenzio che si sente un po’ più del dovuto.

Ettore cominciò a protestare nel trasportino non appena lei si allontanò di un passo.

“Ma lo lasci uscire”, disse. “Qui ormai sa già dove andare.”

Qui ormai sa già dove andare.

Ecco, quella non era proprio la frase che mi aspettavo.

Aprii il trasportino e quel traditore andò dritto verso la sua poltrona, ci saltò sopra, fece due giri su se stesso e si accasciò come se quel posto fosse stato suo da sempre.

Lei si chiamava Lidia.

Viveva da sola. Suo marito era morto due anni prima. La figlia abitava in un’altra regione. Mi disse che i vicini erano persone gentili, ma tutti avevano sempre da fare.

Da fare.

Fu l’espressione che usò due volte.

Ettore si era presentato da lei quattro giorni prima, all’ora di cena, miagolando sui gradini sul retro come un povero randagio rimasto senza nessuno.

“All’inizio pensavo si fosse perso”, mi disse. “Poi gli ho dato un cucchiaino di tonno e lui mi ha guardata come se gli avessi salvato la vita.”

Mi scappò da ridere.

Rise anche lei.

Poi però le si velarono un po’ gli occhi.

“Il giorno dopo è tornato”, disse. “Alla stessa ora. Si sedeva con me fuori dalla porta mentre mangiavo. Il terzo giorno, appena ho aperto, è entrato da solo.”

Guardai Ettore.

Si era già addormentato sulla poltrona.

Come se quella storia facesse parte della sua routine da sempre.

“Io lo sapevo che mi stava rigirando come voleva”, disse Lidia. “Non sono mica sciocca.”

Poi si fermò un attimo.

Lo guardò di nuovo e disse, più piano:

“Però è stato bello avere qualcuno che mi aspettava.”

Quella frase mi arrivò addosso più di quanto avrei pensato.

Io ero andato lì pronto a scusarmi per un gatto troppo furbo e troppo goloso.

Invece mi ritrovai nella casa di una donna che ormai conosceva a memoria gli orari in cui passava, perché quelle visite avevano ridato una forma ai suoi pomeriggi.

Tirai fuori comunque il portafoglio.

Lei mi fermò subito la mano.

“No. Tenga pure.”

“Davvero, almeno questo lasci che glielo ridia.”

Lei sorrise.

“Allora venga ogni tanto a bere un caffè. E si porti dietro anche lui.”

E così abbiamo fatto.

Non tutti i giorni. Ma abbastanza spesso.

A volte portavo qualcosa del forno. A volte Lidia dava a Ettore un solo bocconcino e gli faceva pure una predica sui limiti, che lui ignorava con grande dignità. A volte stavamo semplicemente seduti fuori a parlare di cose piccole.

Il tempo.
Il mal di schiena.
Le canzoni di una volta.
Quella strana sensazione di vivere in mezzo a tanta gente e passare intere giornate senza sentire il proprio nome detto ad alta voce.

Ettore continuò a fare avanti e indietro tra casa mia e casa sua, fiero come uno che si sentiva a casa ovunque.

Non ho mai incorniciato quel biglietto, anche se ci ho pensato.

L’ho lasciato nel cassetto della cucina.

Perché la verità è che Ettore non è tornato con un conto.

È tornato con la prova che non sempre quello che manca ha a che fare con il cibo.

E per tutto quello che mi è costato in scatolette, benzina e orgoglio, quel gatto ha dato a due persone un po’ sole una cosa che valeva molto di più:

un motivo per bussare due volte alla stessa porta.

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Coloriamo questa giornata!!🌞
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"Potete prendere il maschio...
la femmina cerchiamo di risolverla dopo "

Il responsabile del rifugio lo ha detto con un sospiro

Ci eravamo andati per un gatto adulto
Tranquillo.
Nessuna complicazione.

Assolutamente... non ne cercavamo due.

Finché non ci fermiamo davanti alla Gabbia 17

Dentro due cuccioli di cinque mesi

Un'arancia raffica.
L'altro bianco e nero con pelo lungo

Stretti l'uno contro l'altro...
su un singolo asciugamano.

Non miagolavano.
Non chiedevano attenzione.

Solo... si tenevano stretti.

🐈 Milo l'arancio era seduto in erezione, cercando di sembrare coraggioso.
🐈 Nova, la piccola bianca e nera, nascondeva il suo viso dentro... tremava così tanto che la campanella non faceva suono.

La volontaria ha detto a voce bassa:

“Sono venuti insieme dalla strada...
vanno nel panico quando vengono separati.
Ma quasi nessuno vuole adottarne due... ”

Ha preso Milo con cura

E in quel momento...

è successo tutto.

Nova ha rilasciato un suono che non dimenticherò mai.

Non era un miagolio.

Era un urlo.

Disperato.

Lei si è lanciata in avanti, scivolando, cercando di raggiungerlo.

Anche Milo si agitava, allungando il corpo...
occhi spaventosi.

Ho guardato il mio compagno

Ha guardato la scatola del trasporto vuota che abbiamo portato “per dubbio”.

Non abbiamo dovuto dire niente.

Mi sono girato e ho detto:

“Per favore... non separateli.
Li porteremo entrambi. ”

Stasera...

non ci sono più pavimenti freddi da riparo

Solo un letto stretto...
due corpicini avvolti in una coperta colorata...

come se ancora non ci credessero.

E quel suono morbido di fusa...

nel luogo dove prima c'era solo paura.

Benvenuti a casa Milo e Nova 🐾❤️

07/04/2026

Ecco.

Indirizzo

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Veduggio Con Colzano
20837

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