23/08/2026
𝘽𝙄𝙍𝙍𝘼 & 𝙎𝘼𝙇𝙎𝙄𝘾𝘾𝙀 𝟮𝟬𝟮𝟲 – 𝙁𝙊𝙍𝙎𝙀 𝙀𝙍𝘼𝙑𝘼𝙈𝙊 𝙁𝙀𝙇𝙄𝘾𝙄 𝙀 𝙉𝙊𝙉 𝘾𝙀 𝙉𝙀 𝘼𝘾𝘾𝙊𝙍𝙂𝙀𝙑𝘼𝙈𝙊 ❤️
Sì, è lungo.
Chi lo leggerà tutto è perché ne avrà voglia.
Gli altri possono tranquillamente passare oltre… oppure mettere un like sulla fiducia. 😅
Ma dopo tre giorni così, qualche parola in più concedetecela.
È finita.
E ogni volta dirlo lascia una sensazione strana.
Aspettiamo questi tre giorni per mesi. Come un bambino davanti a una porta chiusa il giorno del suo compleanno, sapendo che dietro ci sono i regali.
Li immaginiamo. Li sogniamo. Quasi li vediamo.
Poi la porta si apre.
E tutto passa in un attimo.
Non sappiamo se la sedicesima edizione rimarrà la più bella di sempre.
Forse non importa nemmeno.
Sappiamo che abbiamo aggiunto un altro capitolo al nostro libro.
Un giovedì beffato dal meteo e dalla musica rimasta muta. Quella dei Funkabbestia e di Dj Spiderman, che avrebbero dovuto prendersi il palco e che invece sono rimasti, come noi, a guardare il cielo.
Ci dispiace.
Nella loro amarezza abbiamo riconosciuto la nostra.
Poi venerdì.
I Milliensions. I balli. Le birre trasformate in sudore.
E Beppe, il nostro Beppe, a mettere sulla notte la sua firma inconfondibile.
Infine sabato.
La vittoria cercata. Inseguita. Voluta.
1.041 coperti.
Il record di sempre in una sola sera.
A quei 1.041 diciamo grazie.
A chi invece, davanti a una fila diventata troppo lunga, ha rinunciato ed è andato via, chiediamo scusa.
Studieremo qualcosa perché non accada più.
Poi la piazza.
I Nobraino.
Musica viva. Pulsante. Energica come una 220 senza salvavita.
E Iaia, a raccogliere le ultime energie e accompagnarci verso l'ultimo ballo.
Grazie a tutti gli artisti e i DJ che hanno attraversato il nostro palco.
Grazie al service, sempre professionale e impeccabile, che anche quest'anno ha dato suono, luce e forma alle nostre serate.
E poi grazie alla cucina.
Ai bracieristi.
Al servizio.
A chi prende le comande.
A chi sistema. A chi pulisce. A chi m***a. A chi sm***a. A chi corre. A chi risolve.
Grazie al Consiglio.
Al presidente Adriano Falilò, per tutti Gas.
Grazie a tutti.
Ma tutti davvero.
A chi c'è da sempre, in maniera quasi ostinata.
A chi ha regalato tre giorni interi.
A chi ne ha regalato uno.
E anche a chi è passato soltanto per un'ora e, senza fare rumore, ha spostato una sedia.
E grazie anche a quell'amico o quell'amica che, in fondo, tutti abbiamo.
Quello che magari non compare mai nei ringraziamenti.
Quello che, quando l'ultima brace si affievolisce e tu pensi di aver speso tutto quello che avevi, trova in fondo alle tasche l'ultimo soldino.
Lo appoggia sul tavolo.
Ti guarda.
«Se ci sei te, ci sono anch'io.»
E allora, anche l'anno prossimo, ci riproviamo.
Perché una festa di paese non si misura soltanto da quanto tempo ciascuno riesce a darle.
Si misura dal fatto che, quando può, qualcuno scelga ancora di esserci.
Ed è forse questo il risultato più bello.
Perché i numeri, i record e la musica raccontano soltanto una parte della storia.
La cosa più bella, forse, accade ancora prima che la festa cominci.
Accade quando attraversi Vagliagli nei giorni della preparazione.
E il paese pullula.
Qualcuno m***a.
Qualcuno cucina.
Qualcuno porta.
Qualcuno si ferma.
Si parla.
Si ride.
Giovani e anziani finiscono dentro lo stesso immaginario cerchio.
Un cerchio dove tutti possono guardarsi.
E nessuno deve dare le spalle a nessuno.
Ed è lì che viene da pensarlo:
Che bello il mio paese.
Che bello se fosse sempre così.
Passano gli anni.
Noi proviamo a tramandare questa festa.
A custodirla.
A difenderla.
Come un cimelio.
Con qualche capello in meno.
Qualche chilo in più.
Ma con la testa ancora pulsante di idee e quella maledetta voglia di vedere Vagliagli così.
Vivo.
Ogni anno diciamo: «Quest'anno come mai.»
E ogni anno troviamo, inspiegabilmente, il modo di alzare ancora un po' l'asticella.
Forse perché i sogni sono fatti di una materia che ancora non conosciamo.
Piccoli granelli di polvere di stelle.
Entrano dentro.
Si aggrappano ai ricordi.
E non se ne vanno più.
Ci piace allora immaginare che tra cent'anni una bambina o un bambino saliranno in una vecchia soffitta.
Tra scatoloni. Cianfrusaglie. Odore di stantio.
Troveranno un libro sotto due dita di polvere.
Lo apriranno.
Vedranno facce.
Tavolate.
Bracieri.
Abbracci.
Un palco.
Un paese pieno di gente.
Forse in qualche volto riconosceranno persino qualcosa di loro.
E scopriranno che cento anni prima i loro avi, per tre giorni d'estate, facevano una cosa chiamata Birra & Salsicce.
Magari sorrideranno.
E penseranno:
«Forse erano felici e neppure se ne accorgevano.
Bei tempi devono essere stati.»
Forse avranno ragione.
Perché a volte siamo troppo impegnati a vivere la felicità per accorgerci di essere felici.
Adesso il sipario si chiude.
Il campino tornerà silenzioso.
Le luci si spegneranno.
I bracieri diventeranno freddi.
E forse sarà proprio quel silenzio, dopo tutto questo rumore, a farci sentire quanto ci manca già qualcosa che è finito soltanto poche ore fa.
Ma da qualche parte un nuovo pensiero ha già cominciato a muoversi.
Poi ne arriverà un altro.
E un altro ancora.
E tra qualche mese ricominceremo.
A immaginare.
A costruire.
A sbagliare.
A migliorare.
Soprattutto, a stare insieme.
Passeranno gli anni.
Cambieranno i volti.
Altri prenderanno il nostro posto dentro quel cerchio.
E se saremo riusciti a tramandare anche solo una parte di quello che abbiamo vissuto, avremo custodito il cimelio più prezioso.
Non una festa.
Un modo di essere paese.
E allora, adesso che tutto è finito, proviamo almeno per una volta ad accorgerci di quanto siamo stati felici.
Guardiamoci intorno.
Ancora un istante.
Restiamo dentro quel cerchio.
Fatto di corpi e di mani.
Mani rese più callose dagli anni o dal lavoro.
Mani adolescenti.
E mani ancora più piccole, di chi forse un giorno prenderà il nostro posto.
Tutte strette.
Senza lasciare spifferi d'aria.
Come se, almeno per un momento, dovessimo proteggere insieme un piccolo fortino.
E dentro quel fortino ci fosse tutto ciò che vale la pena custodire.
Questo è il mio paese. ❤️