10/06/2026
Entrate un momento nel mio laboratorio. Sul banco c’è un pomodoro maturo. Quasi tutti gli allievi fanno la stessa cosa: impugnano un coltello a lama liscia (che scivola), spaccano il frutto schiacciandolo e poi scavano via i semi e la gelatina interna.
È il momento in cui li fermo: “Così state buttando via il sapore”.
In cucina il metodo batte l’abitudine. Se per una concassé l’eliminazione dei semi è un obbligo tecnico di consistenza, per un sugo o un crudo espresso la scienza ci dice l’esatto contrario.
Quel liquido traslucido che avvolge i semi si chiama placenta. Se lo analizzassimo in laboratorio, scopriremmo che contiene fino a sei volte più acido glutammico libero (l’Umami, il quinto gusto) rispetto alla polpa esterna. Scartarlo per automatismo significa rinunciare a una naturale bomba di sapidità.
Nei miei laboratori non si eseguono ricette a memoria: si progetta il gusto partendo dalla struttura della materia prima. Scegliete lo strumento giusto — un coltello seghettato — e decidete se tenere la placenta in base al progetto del piatto, non per abitudine. Con metodo.
🔴 Ho dedicato un saggio storico e tecnico molto più profondo alla fisica del pomodoro sui miei Taccuini di Laboratorio Gastronomico. Iscriviti gratis (link in bio):
👉 aureliocarraffa.substack.com
Voi come vi comportate? Siete “scavatori” seriali o valutate il progetto del piatto? Parliamone nei commenti.
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