03/10/2026
È successo che ieri, dopo più di tre mesi, abbiamo potuto finalmente avere notizie su cosa accadrà all’Angelo Mai. È successo che ieri mattina, durante un sopralluogo alla presenza delle forze dell’ordine, dell’Ispettorato del Lavoro e di una commissione del Comune di Roma, abbiamo finalmente appreso quali saranno le sorti dell’Angelo Mai. Tre mesi di punizione esemplare, di attesa e di lentezza sfiancante. Scopriamo oggi che i lavori essenziali di messa in sicurezza, necessari per rimuovere i sigilli allo spazio, saranno a carico del proprietario, cioè del Comune di Roma, mentre gli ulteriori interventi di adeguamento necessari all’utilizzo dello spazio saranno a carico nostro. Si prefigurano tempi lunghissimi, labirinti amministrativi infiniti e, soprattutto, una circostanza ormai chiara: per almeno un anno Roma sarà senza l’Angelo Mai. Sono anni che denunciamo quanto gli spazi della creazione a Roma siano privi di riconoscimento e valorizzazione. E quanto l’estinzione del contemporaneo sia una precisa strategia politica applicata negli ultimi anni sul piano nazionale, mai sufficientemente contrastata in questa città. Della scena contemporanea non si è mai curato nessuno, si è vissuta sempre grazie ad alleanze e forme di resistenza. La chiusura dell’Angelo Mai prefigura sempre di più un teatro visto soltanto da poltrone di velluto, in una città che invece storicamente è stata al centro della sperimentazione tra spazi occupati, cantine, scantinati, manicomi, fabbriche e tutto ciò che può essere una sala sottratta all’asfissia del teatro borghese. Senza l’Angelo Mai inizia ufficialmente un periodo in cui un’idea più radicale di performance non trova più accoglienza: la dimensione comune in cui il rapporto con il presente è vivo e la possibilità di prendere parola possibile attraverso l’esperienza artistica verrà negata. Come se quella condizione fosse rinunciabile e secondaria, a favore di un’idea di arte semplificata, affermativa, innocua… [leggi il comunicato intero nel carosello]