Associazione SAN MARCO RHO

Associazione  SAN MARCO  RHO Mostre d'arte ed eventi culturali
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San  Barnaba, originariamente chiamato Giuseppe, nacque a Cipro da una famiglia levitica ebraica. Fu soprannominato Barn...
11/06/2026

San Barnaba, originariamente chiamato Giuseppe, nacque a Cipro da una famiglia levitica ebraica. Fu soprannominato Barnaba dagli apostoli, che in aramaico significa 'figlio dell'incoraggiamento', per la sua abilità nel motivare gli altri. Secondo gli Atti degli Apostoli, Barnaba vendette un campo di sua proprietà e donò il ricavato alla comunità cristiana di Gerusalemme. Fu un compagno di viaggio di San Paolo durante il primo viaggio missionario e giocò un ruolo cruciale nell'accettazione dei gentili (non ebrei) nella Chiesa. La tradizione narra che Barnaba fu martirizzato a Salamina, Cipro, nel 61 d.C. per la sua fede e l'opera evangelizzatrice. Un fatto interessante è che il Vangelo di Barnaba, un apocrifo del Nuovo Testamento, non è riconosciuto dalla Chiesa cattolica ma offre una visione alternativa sulla vita di Gesù e i suoi insegnamenti, rispecchiando il punto di vista di Barnaba. San Barnaba è venerato come santo sia dalla Chiesa cattolica che dalle Chiese ortodosse e il suo culto è particolarmente sentito a Cipro, dove è considerato il santo patrono dell'isola.

El vundes, l'11, san Barnaba, per i milanesi una ricorrenza legata a questo "Apostolo" che ebbe il merito di aver inviato all'apostolato Paolo, appena convertito. Il fatto che Barnaba avesse evangelizzato Milano è assolutamente infondato. Cadendo però la festa a metà giugno, tempo delle messi mature, si dicono vari proverbi in merito.
A san Barnaba, segra e mej in terra va. Che consiglia che è il tempo di mietere segala e miglio.
A san Barnaba taja el praa. Ossia, taglia il prato, l'erba per farne il primo fieno. All'uopo occorrono i ranzador o ranzin, falciatori, che con la ranza in mano, cioè la falce, iniziano a falciare il prato, non a caso, ma seguendo un preciso schema, infatti, prima vi era el capp ranzin che dava l'andana, ovvero il capo dei falciatori che imponeva il giusto ritmo di ampiezza e di cadenza alla falciata.
Il lavoro estivo era di otto ore, con l'intervallo dalle 11 all'1; in primavera e autunno sette ore lavorative e in invernosei ore tirate. Si lasciava il fen in landana, vale a dire così com'era falciato, poi arrivavano le donne che provvedevano a rivoltarlo col restell – rastrello e farne mucchietti o covoni.
Giugn streng el pugn. Che equivale all'italiano "giugno la falce in pugno", appunto per falciare la fresca erba.

Cartoline da  Via ItaliaTrattoria Italia con vasto giardino e  gioco bocce.
11/06/2026

Cartoline da
Via Italia
Trattoria Italia con vasto giardino e gioco bocce.

FILASTROCCHEAmbarabà ciccì coccò è una filastrocca in lingua italiana per bambini. È gioiosa, ma senza un senso particol...
11/06/2026

FILASTROCCHE

Ambarabà ciccì coccò è una filastrocca in lingua italiana per bambini. È gioiosa, ma senza un senso particolare. Per la sua struttura circolare, come del resto altre filastrocche, può essere ripetuta a piacere. È spesso usata con la funzione di conta.

«Ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore.
Il dottore si ammalò...
ambarabà ciccì coccò.»

Le civette possono essere sostituite dalle galline o dalle scimiette

Antoni Gaudídata di nascita: venerdì 25 giugno 1852 data morte: giovedì 10 giugno 1926Antoni Gaudí: Gran parte del fasci...
09/06/2026

Antoni Gaudí
data di nascita: venerdì 25 giugno 1852
data morte: giovedì 10 giugno 1926
Antoni Gaudí: Gran parte del fascino immortale della città di Barcellona si deve all'opera dell'architetto di Dio, soprannome attribuitogli dagli abitanti della capitale catalana. Sottovalutato a lungo dalla critica ufficiale è oggi considerato l'esponente di maggior rilievo del modernismo catalano e tra le figure di punta dell'Art Nouveau sp****la.

Nato a Reus, nella parte più ad est della Catalogna, e morto a Barcellona nel giugno del 1926, Antoni Gaudí y Cornet lavorò, ancor prima di diplomarsi, con i migliori architetti del proprio tempo. Fin dalle prime prove emerse il suo stile personale, caratterizzato da forme naturali e dall'utilizzo dei materiali più disparati.

Il suo estro trovò la massima espressione nel tessuto urbano di Barcellona, che impreziosì con opere di straordinario fascino, su tutte la Sagrada Familia (basilica cattolica) e Parco Guell, inserite (con altre cinque opere di Gaudì), nel 1984, nel patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.

Almanacco.it

immagine : la Sagrada Familia Barcellona

Delitto Matteottimartedì 10 giugno 1924Delitto Matteotti: «Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai»...
09/06/2026

Delitto Matteotti
martedì 10 giugno 1924

Delitto Matteotti: «Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai». Così il politico socialista Giacomo Matteotti si rivolse alla Camera dei Deputati, quasi presagendo il disegno criminoso del regime fascista di cui denunciò violenze e abusi fino all'ultimo giorno di vita. Disegno che fu messo in pratica un pomeriggio di giugno da cinque membri della “polizia politica”, che dopo averlo rapito nella zona del Lungotevere (testimoni due bambini), lo accoltellarono e abbandonarono il ca****re nelle campagne della Capitale.

L’episodio, di cui Mussolini stesso ammise la responsabilità, segnò uno spartiacque nella lotta al regime, coalizzando i partiti d’opposizione che abbandonarono per protesta il Parlamento (passata alla storia come Secessione dell'Aventino ed entrata nel linguaggio politico). Il governo ne approfittò per approvare leggi più restrittive nei confronti della stampa e della libertà di associazione.

Da allora Giacomo Matteotti fu assunto a figura simbolo dell’antifascismo, ricordata nella toponomastica italiana e nelle commemorazioni ufficiali delle vittime del fascismo.
Almanacco.it

Le goloseIo sono innamorato di tutte le signoreche mangiano le paste nelle confetterie.Signore e signorine -le dita senz...
09/06/2026

Le golose

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine -
le dita senza gu**to -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!
Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.
C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.
L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.
un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!
Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall'altra parte!
L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare
sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.
Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,
di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!
Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,
o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

GUIDO GOZZANO

da Rho
Pasticceria Pastori Piazza San Vittore 1915

LA REGINA VITTORIA FRA CURIOSITA’ E STRANEZZEIl 20 giugno 1837 VITTORIA diventa reginaLa Regina Vittoria del Regno Unito...
08/06/2026

LA REGINA VITTORIA FRA CURIOSITA’ E STRANEZZE
Il 20 giugno 1837 VITTORIA diventa regina
La Regina Vittoria del Regno Unito, rigida, bacchettona e moralista per molte cose, fu innovativa per molte altre. Era nata per dovere dinastico. Giorgio III, pur avendo molti figli, non aveva nipoti viventi e la successione era a rischio. Impose quindi ai figli maschi ancora celibi di sposarsi e di “darsi da fare”. Il padre di Vittoria, Edoardo Duca di Kent, si sposò a 51 anni nel 1818 e Vittoria nacque l’anno seguente, il 24 maggio 1819
Nel 1820 divenne la terza, nel 1830 la seconda e diventando erede al trono le vennero insegnati in fretta e furia l’inglese e il francese, mentre fino ad allora parlava solo il tedesco. Nel 1837 morì l’ultimo fratello regnante del padre e Alessandrina Vittoria divenne regina.
Il suo vero nome era Alexandrina Victoria, chiamata Drina in famiglia. Uno dei primi atti da regina fu di omettere per sempre il nome Alessandrina, che odiava. Nel 1836 conobbe e si innamorò di Alberto di Sassonia Coburgo Gotha, suo primo cugino, e lo sposò nel febbraio del 1840.
La regina si sposò in bianco totale, assolutamente inusuale per una sposa dato che il colore della purezza era ritenuto l’azzurro e inoltre, il bianco, era il colore del lutto per le regine. Vittoria forse non lo immaginava, ma in questo modo creò la moda in voga ancor oggi.
Vittoria fu la prima regina a risiedere a Buckingham Palace, anche se trascorreva lunghi periodi a Balmoral in Scozia, a Windsor e a Osborne House sull’Isola di Wight, dove morì nel 1901.
Dopo 9 mesi di matrimonio, nel novembre del 1840 nacque la prima dei 9 figli della coppia. Vittoria considerava la gravidanza una faccenda molto spiacevole, e non apprezzava affatto i neonati, che si rifiutò sempre di allattare, sostenendo di non essere una mucca.
Di contro, pare fosse una donna molto passionale e quando il medico, dopo il nono figlio, le sconsigliò di averne altri, lei protestò che questo avrebbe avuto ripercussioni sulla sua vita intima col marito.
La regina fu una delle prime donne a sperimentare l’anestesia con l’etere e nel 1853, per il parto del figlio Leopoldo, si fece anestetizzare, indignando il clero per il sovvertimento del biblico “partorirai con dolore”.
Nonostante questa apparente modernità, Vittoria osteggiò apertamente le suffragette e la loro battaglia per il diritto al voto delle donne. Alla morte di Alberto nel 1861 indossò per tutto il resto della vita il lutto, lutto in nero, e creò una nuova abitudine fra le vedove.
Tutte le sere, dopo la morte di Alberto, il valletto doveva comunque preparare nella stanza del marito gli indumenti per la notte e gli accessori per la toilette del mattino. Il tutto veniva riposto in mattinata e riposizionato ogni sera, un’abitudine superflua che si ripeté fino alla morte della Regina.
Una delle curiosità più strane furono le sue ultime volontà per il suo funerale e la lista di oggetti che voleva fossero messi nella sua bara. Un elenco di ben 12 pagine che non doveva essere mostrata ai suoi familiari e che la sua segretaria e il medico personale seguirono scrupolosamente.
Innanzitutto sul fondo della bara doveva esser emesso uno strato di carbone, per evitare odori e perdite dovute alla putrefazione. Sopra a questo volle posizionata la vestaglia di Alberto, e su questa venne appoggiato il corpo della regina.
Volle essere sepolta vestita completamente di bianco, con il suo velo da sposa, fra le mani un bouquet di erica, tipica pianta scozzese che doveva essere celata alla vista, come tutti gli altri oggetti, coprendo il tutto di fiori.
Vittoria volle indossare molti gioielli, tutti con grande valore sentimentale, i più importanti erano all’anulare sinistro la sua vera nuziale del matrimonio con Alberto e al destro la vera nuziale della madre del suo servitore John Brown, donatale da lui, del quale volle anche una foto, una ciocca di capelli e alcune lettere.
John Brown fu una figura controversa. Servitore, amico, consigliere e forse molto di più. Pare che le lettere che si scambiavano fossero molto intime e presupponessero un rapporto molto più profondo. Se si sia trattato di vero amore o meno, per Vittoria John fu una figura certamente importante a giudicare dalle sue ultime volontà.
Forse qualcosa di più poteva esserci stato, dato che Edoardo VII fece distruggere tutti i ricordi che aveva conservato la madre e spostare tutte le statue di Brown, erette da Vittoria, in posti più discreti.
Nella bara volle anche portare con sé un mantello di Alberto, ricamato dalla figlia Alice, forse la più amata e la prima dei suoi figli a morire, che fu la madre di Alexandra, futura zarina di Russia, ed il calco funebre in gesso della mano del marito.
Poco prima del decesso diede istruzioni che il suo amato Volpino di Pomerania, Turi, fosse messo sul suo letto all’approssimarsi della morte perché fosse con lei al momento del trapasso. E così fu.
Per suo desiderio ebbe un funerale militare, la sua bara dall’Isola di Wight fu portata a Windsor per il funerale nella ca****la di S. Giorgio. Volle viaggiare su un affusto di cannone, scortata da guardie a cavallo e tutti i suoi innumerevoli nipoti e parenti indossarono la divisa.
La Regina Vittoria fu sepolta nel mausoleo di Frogmore, dove già riposava Alberto. Alla morte del marito aveva commissionato il mausoleo e le due statue che dovevano adornare le sepolture. La sua, depositata in un magazzino a Windsor, venne trovata e posizionata solo qualche tempo dopo il suo funerale.
tratto da : storie di re e regine.
vanillamagazine.it/
Vittoria con l'abito da sposa bianco

SACRO CUORE DI GESU’Al Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa Cattolica rende culto di latria (culto di adorazione), intendendo ...
08/06/2026

SACRO CUORE DI GESU’
Al Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa Cattolica rende culto di latria (culto di adorazione), intendendo onorare:
la causa materiale della corporeità umana, che ha diritto all'adorazione, in quanto indissolubilmente unita da sempre con la Divinità;
l'amore del Salvatore per gli uomini, di cui è simbolo il suo cuore.
Per tali ragioni, esso è rappresentato incoronato di spine, sovrastato dalla croce e ferito dalla lancia in eterna memoria del più alto gesto d'amore: il sacrificio di Gesù per la salvezza dell'uomo; è infine circondato dalle fiamme in riferimento all'ardore misericordioso che Cristo prova per i peccatori.
Come la maggioranza delle Chiese Cristiane, la Chiesa Cattolica afferma il mistero della Santissima Trinità, di cui Gesù è la seconda divina persona. Parte integrante di questo dogma della fede, è la dottrina diofisita, che riconosce Gesù come vero Dio e vero uomo.
WIKIPEDIA

il giglio di San LuigiI dipinti della Beata Vergine Maria la mostrano solitamente con questo fiore, che essendo simbolo ...
08/06/2026

il giglio di San Luigi
I dipinti della Beata Vergine Maria la mostrano solitamente con questo fiore, che essendo simbolo di purezza e castità, è diventato il simbolo di Maria, a volte nei dipinti che raffigurano l'Annunciazione è l'arcangelo Gabriele che glielo porge. Appare anche nell'iconografia di Sant'Antonio da Padova, che viene raffigurato con questo giglio in mano a simboleggiare la purezza del corpo e dell'anima.
Il Fleur de lys
In araldica, il giglio candido era il simbolo della monarchia francese, originariamente infatti era il simbolo araldico della dinastia capetingia ma poi è stato adottato da tutte le successive case regnanti da esse discese. Viene detto infatti "giglio di San Luigi" proprio perché è presente nell'iconografia dell'unico re della dinastia capetingia proclamato santo, Luigi IX di Francia, che considerava i tre petali simbolo della fede, della saggezza e della cavalleria; tuttavia, dal XIV secolo i tre petali saranno considerato in Francia il simbolo della Trinità. Come simbolo dei Borbone, è entrato anche nell'araldica di altri regni, come ad esempio nella bandiera del Regno delle Due Sicilie o nella bandiera sp****la (oltre che ovviamente nel suo stemma) dove è tutt'oggi presente.
È presente anche nello stemma della città di Firenze e nella bandiera provinciale del Québec, fondato dai francesi nell'ambito della Nuova Francia ed ora parte del Canada francese.
wikipedia
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Il significato delle PAROLEPIFFEROStrumento musicale a fiato in legno, simile a un flauto a bocca, in uso nella musica p...
07/06/2026

Il significato delle PAROLE
PIFFERO

Strumento musicale a fiato in legno, simile a un flauto a bocca, in uso nella musica popolare italiana: caratterizzato da un padiglione svasato, da corpo munito di sei o più fori senza chiavi e di un’imboccatura ad ancia doppia, ha un timbro che richiama quello dell’oboe; veniva suonato solitamente da girovaghi che si accompagnavano a suonatori di zampogna o cornamusa.
Il piffero è lo strumento principe per le musiche delle Quattro Province, l'area culturalmente omogenea formata dalle valli montane delle province di Pavia, Alessandria, Genova e Piacenza.
Il più rinomato costruttore di pifferi fu Nicolò Bacigalupo, detto u Grixiu (Cicagna, 1863 - 1937) attivo a Cicagna (val Fontanabuona GE) dal 1900, dopo il suo ritorno dal Perù, fino alla sua morte. Ciò che rimane della bottega del Grixiu (strumenti musicali semilavorati e attrezzi tra cui il tornio a pedale) è conservato nel Museo etnografico Ettore Guatelli di Ozzano Taro (PR). Oggi i pifferi continuano ad essere costruiti da Ettore Losini, detto Bani, di Degara di Bobbio (PC) e da Stefano Mantovani della provincia di Pavia.
Nella frase proverbiale fare come i pifferi di montagna (che andarono per suonare e furono suonati), di chi si accinge a imbrogliare o picchiare qualcuno,
o semplicemente a far valere le proprie ragioni, e invece rimane scornato.

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