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Compagnia 1016 L’Associazione 1016, COMPAGNIA DEL DRAGO, DELL'ORSO E DEL CINGHIALE, preserva e diffonde il medioevo

Compagnia 1016Associazione culturale del drago, dell ' orso e del cinghialeTempora Antiqua Santuario di MontebrunoFoto C...
24/10/2026

Compagnia 1016
Associazione culturale del drago, dell ' orso e del cinghiale

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Santuario di Montebruno

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GILDA DI FALEGNAMERIA - pillole di MedioevoLa storia della falegnameria costituisce un tema stimolante ed interessante s...
21/10/2026

GILDA DI FALEGNAMERIA - pillole di Medioevo
La storia della falegnameria costituisce un tema stimolante ed interessante sotto molti aspetti.
Si tratta di una materia che tocca lo studio delle innovazioni tecnologiche, dei costumi dei vari popoli, della loro organizzazione sociale coinvolgendo anche temi sull'ambiente naturale in cui si è insediata una data civiltà.
Bisogna innanzitutto tenere presente che nella lavorazione del legno non si è verificata
un'evoluzione lineare e continua che ha coinvolto contemporaneamente ampi territori, ma piuttosto si è trattato di innovazioni localizzate legate a tante tradizioni differenti, che spesso si sono evolute separatamente, in maniera discontinua e disorganica per far fronte ad esigenze dovute a varie singolarità ambientali.
I motivi di questa frammentarietà sono molteplici e non sono dovuti solo a differenze culturali o tradizioni etniche.
Il legno, come materiale, può cambiare le sue caratteristiche non solo in base alla specie arborea a cui appartiene, ma anche al clima, alla diversa esposizione agli agenti atmosferici (sole, vento, pioggia, neve, etc), alla conformazione del terreno in cui l'albero cresce etc.
Questi aspetti generano particolari proprietà della materia disponibile in base alle varie zone di provenienza ed ad esse ci si adattò con differenti modi di lavorazione ed attrezzi consoni. [E. Zanini].
Il reperimento in aree lontane dalla zona d'opera di materie prime adatte a particolari esigenze del resto è attestato anche in epoca medievale.
Gli attrezzi concepiti per le varie lavorazioni svilupparono efficacia volvendosi gradualmente per meglio operare sul legno utilizzato nelle varie zone. [E. Zanini].
In generale dunque non si può parlare di un’evoluzione costante della falegnameria e delle tecniche ad essa connesse, né di una uniforme produzione e nemmeno di una tecnica generalizzata condivisa tra le varie botteghe. Fu il territorio a determinare una maturazione della tecnica, una diversificazione delle varie tipologie di manifattura e persino una netta disparità tra quei segreti del mestiere che la difficoltà delle vie di comunicazione evitava di diffondere.
La falegnameria nel Medioevo era un'arte fondamentale e molto rispettata, divisa tra la carpenteria pesante, che si occupava di fabbricare tetti, ponti, navi e macchine d'assedio, e l'artigianato di bottega che produceva piccoli oggetti, utensili e principalmente arredi, quali porte, panche, tavoli robusti, letti aperti e grandi ceste, casse o forzieri, fondamentali per trasportare i beni.
Spesso il mobilio era pieghevole, per meglio sfruttare l’esiguo spazio all’interno delle abitazioni, generalmente piccole per non disperdere il calore e per evitare il pagamento di tasse in base alle dimensioni della casa. Poteva quindi accadere che, alla sera, si smontasse il tavolo per lasciar posto al letto, per chi poteva permetterselo, generalmente agganciato a un muro durante il giorno. Anche le sedie, per lo stesso motivo, potevano essere pieghevoli. All’utilizzo di chiodi, il cui ferro rappresentava un costo, si preferiva spesso l’incastro, o, come poteva accadere in certe vallate del cuneese, pezze di cuoio indurito. Il letto in legno, generalmente sostituito da un pagliericcio in cui si coricavano insieme tutti i componenti dell’abitazione, per meglio preservare il calore, era un bene di lusso, tanto che poteva essere regalato come dono di nozze e tramandato di generazione in generazione. Naturalmente queste considerazioni non valevano nelle case dei nobili dove il letto assunse con il tempo la forma di un armadio ad ante chiudibili, sempre con lo scopo di mantenere il calore. Le dimensioni relativamente piccole dei letti non erano dovute alla bassa statura di uomini e donne medievali: semplicemente, chi poteva, preferiva dormire in posizione seduta, dal momento che solo i cadaveri giacevano distesi.
I falegnami si associarono relativamente presto in gilde e corporazioni, già a partire dall’XI secolo, suddividendosi non solo i compiti, ma anche la gerarchia interna che, in definitiva, finiva per rimarcare una netta differenza tra magistri, apprendisti e garzoni, per quanto gli statuti delle gilde proclamassero l’uguaglianza tra tutti i membri. Le gilde regolavano i prezzi, gli standard qualitativi e il rigido percorso di apprendistato da garzone a mastro.
Il lavoro si svolgeva tipicamente nelle botteghe, luoghi di trasmissione orale dei segreti del mestiere, dove i giovani lavoravano a stretto contatto con il maestro. Non era raro che gli apprendisti si spostassero di bottega in bottega, per perfezionare le tecniche manuali e apprendere nuovi segreti.
Il taglio e la sagomatura erano lenti e faticosi, richiedendo grande abilità geometrica e conoscenza della materia prima, senza contare che l’esperienza serviva a colmare il prezzo sempre crescente del legno: con il passare dei secoli il legno divenne più raro e costoso. La cantieristica navale e l’edilizia, comprese le parti strutturali di chiese e abitazioni, unite al crescente diboscamento per fare spazio a pascoli e terreni coltivabili, resero il legno un materiale sempre più prezioso, spingendo gli artigiani a ottimizzare ogni singola tavola e a trovare nuovi sistemi nella conservazione, non sempre facile, della materia prima.
Fortunatamente l'evoluzione della forgiatura permise di abbattere tempi e costi di produzione, usando asce, seghe a telaio, sgorbie, scalpelli squadre in legno e metallo. e decine di tipi di pialle. Gli inventari dell’epoca ci danno conto dell’utilizzo di questa tipologia di strumenti. Invece della moderna carta vetrata o rasiera in acciaio evoluta, si utilizzavano spesso frammenti di vetro per levigare le superfici.
I manufatti di maggior pregio erano generalmente quelli destinati alle chiese e per i quali occorrevano botteghe ben fornite di utensili, artigiani e maestri che conoscessero nozioni fondamentali di geometria e architettura, spesso affiancandoli ai mastri muratori la cui opera diventava spesso complementare. Ne sono chiaro esempio i tetti a capriate, ma anche le strutture lignee temporanee, utili a edificare archi, e le sagome intorno alle quali si erigevano altre strutture in muratura.
L’arte sacra richiedeva inoltre cori lignei, portali intagliati e sculture sacre dove l’arte dell’intarsio serviva a creare risultati policromi che solo i migliori artigiani erano in grado di realizzare.
Anche l’architettura civile e bellica richiedeva la presenza di manufatti in legno. Ruote per mulini, carri, botti, macchine d'assedio erano fondamentali per i cittadini, i mercanti e gli eserciti.
Il falegname si chiamava “marangone” ed era fondamentalmente associato a una figura impegnata in lavori di precisione e arredi, ben diversa da quella del carpentiere che richiedeva competenze strutturali specifiche, ma potevano verificarsi sovrapposizioni delle due tipologie di attività là dove la competenza richiesta non era troppo specifica.
Discorso a parte meritano gli artigiani impegnati nella cantieristica navale, civile o militare, dove le strutture navali richiedevano conoscenze particolari e uniche.
Alberto Busca
FONTI:
Elisabetta Scungio, Il cantiere medievale; Manuela Gianandrea Elisabetta De Minicis, L'arredo liturgico medievale; Francesco Gandolfo, La scultura architettonica; Elisa Erioli,
Nella città operosa. Artigiani e credito a Bologna fra Duecento e Quattrocento, a cura di R. Rinaldi.
Marina De Marchi, L'alto medioevo. Artigiani e organizzazione manufatturiera
F. D'Angelo, Maestranze e processi produttivi nei quartieri della Palermo medievale (sec. XI-XIV), Notiziario Archeologico Soprintendenza Palermo, n. 10/2016
Ezio Zanini, Analisi e considerazioni sulla falegnameria medievale. Nozioni preliminari volte all'interpretazione di reperti e fonti storiche.

GILDA DI FALCONERIA - pillole di MedioevoUN VIAGGIO NELLA FALCONERIA MEDIEVALE, TRA CACCIA, PRESTIGIO SOCIALE, LEGGI E T...
12/10/2026

GILDA DI FALCONERIA - pillole di Medioevo
UN VIAGGIO NELLA FALCONERIA MEDIEVALE, TRA CACCIA, PRESTIGIO SOCIALE, LEGGI E TRADIZIONI.
Quando immaginiamo il Medioevo, pensiamo immediatamente a castelli, cavalieri, battaglie, tornei e grandi banchetti. Eppure, accanto a queste immagini, esisteva un'altra attività profondamente radicata nella società dell'epoca: la falconeria.
L'immagine di un nobile a cavallo, con un falco posato sul pugno guantato, è diventata uno dei simboli più riconoscibili della vita aristocratica medievale.
Ma cosa rappresentava realmente quel rapace? Era soltanto uno strumento per procurarsi selvaggina oppure possedeva un significato più profondo?
Per comprenderlo dobbiamo considerare che, durante il Medioevo, la falconeria non era semplicemente una tecnica di caccia, ma anche un'espressione di prestigio, ricchezza, potere e cultura.
E, come vedremo, il valore attribuito a questi animali poteva raggiungere livelli sorprendenti.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la falconeria non nacque nei castelli europei.
Le sue origini risalgono all'antichità e si intrecciano con le tradizioni venatorie di numerose popolazioni dell'Asia e del Medio Oriente.
L'addestramento dei rapaci per la cattura della selvaggina era conosciuto molti secoli prima della nascita delle grandi monarchie medievali europee.
La pratica si diffuse attraverso scambi commerciali, migrazioni e contatti culturali tra popolazioni differenti, sviluppando nel tempo tradizioni e tecniche locali.
In Europa la falconeria acquisì progressivamente maggiore importanza durante l'Alto Medioevo, diventando una componente caratteristica della cultura aristocratica.
La sua diffusione non seguì tuttavia un percorso uniforme: tradizioni germaniche, influenze orientali e conoscenze provenienti dal mondo islamico contribuirono alla formazione delle diverse scuole europee.
Particolarmente importante fu il contatto con la cultura araba, nella quale la caccia con i rapaci aveva raggiunto un notevole livello di specializzazione.
Nel Mediterraneo medievale, e soprattutto nelle corti dell'Italia meridionale, le conoscenze provenienti da tradizioni differenti ebbero occasione di incontrarsi.
Il risultato fu lo sviluppo di una cultura venatoria sempre più raffinata, accompagnata dalla produzione di trattati dedicati alla cura, all'addestramento e all'impiego dei rapaci.
Il falco: molto più di un animale da caccia
Oggi siamo abituati ad attribuire un valore economico agli animali soprattutto in relazione alla loro rarità, alle caratteristiche genetiche o alle capacità riproduttive.
Nel Medioevo, il valore di un rapace da caccia dipendeva anche da altri fattori: la specie, la provenienza, le capacità venatorie, il grado di addestramento e il prestigio associato al suo possesso.
Un falco particolarmente abile poteva rappresentare un investimento considerevole.
Bisogna infatti ricordare che mantenere un rapace richiedeva risorse.
L'animale necessitava di un'alimentazione appropriata, cure costanti, attrezzature specifiche e personale competente.
Nelle grandi corti, queste responsabilità erano spesso affidate a falconieri professionisti, il cui compito non si limitava all'addestramento.
Essi dovevano conoscere le abitudini delle diverse specie, individuare eventuali problemi di salute, organizzare le battute di caccia e provvedere al mantenimento degli animali.
Per le famiglie aristocratiche, possedere numerosi rapaci significava quindi poter sostenere una struttura organizzativa costosa.
Il falco diventava così una dimostrazione visibile della ricchezza del suo proprietario.
Non era necessario che il nobile fosse personalmente capace di addestrarlo: nelle corti più importanti, questa attività poteva essere delegata a specialisti.
Il possesso del rapace e la capacità di mantenerlo erano già, di per sé, manifestazioni di prestigio.
Ma il valore del falco non era esclusivamente economico.
Nell'immaginario medievale esso poteva rappresentare nobiltà, eleganza, abilità e dominio sulla natura.
Lo ritroviamo nelle miniature, nei manoscritti, nella letteratura cortese e nelle rappresentazioni della vita aristocratica.
La sua presenza poteva contribuire a identificare il rango sociale di un personaggio, mentre nella letteratura amorosa il rapace assumeva talvolta significati simbolici legati alla relazione tra gli amanti.
Un animale nato per cacciare diventava così anche un elemento del linguaggio culturale dell'epoca.
Ogni nobile aveva il proprio falco?
Una delle convinzioni più diffuse sulla falconeria medievale riguarda la presunta esistenza di una rigida gerarchia che assegnava una determinata specie di rapace a ciascun rango sociale.
Secondo questa interpretazione, le aquile sarebbero state riservate agli imperatori, i girifalchi ai re e altri rapaci ai nobili di rango inferiore, fino ad arrivare alle specie associate alle classi meno abbienti.
Questa classificazione è diventata molto popolare nella divulgazione moderna.
La realtà storica, tuttavia, era più complessa.
Non esisteva un'unica legge valida per tutta l'Europa medievale che stabilisse quale rapace potesse possedere ogni individuo in base al proprio titolo.
Le consuetudini variavano considerevolmente secondo il territorio, il periodo e le autorità locali.
Alcune specie erano certamente associate a un prestigio particolare.
Il girifalco, per esempio, era molto apprezzato nelle corti aristocratiche per le sue dimensioni, le capacità venatorie e la rarità degli esemplari provenienti dalle regioni settentrionali.
Ma sarebbe scorretto trasformare queste preferenze in un sistema giuridico universale.
Inoltre, sebbene la falconeria fosse strettamente legata all'aristocrazia, non era praticata esclusivamente dai nobili.
Anche individui appartenenti ad altri ambienti sociali potevano entrare in contatto con quest'arte, soprattutto attraverso le professioni legate alla cattura, alla cura e all'addestramento dei rapaci.
Il prestigio aristocratico della falconeria non deve quindi farci dimenticare il ruolo fondamentale delle persone che ne rendevano materialmente possibile la pratica.
Falchi, diplomazia e politica
Il valore attribuito ai rapaci era talmente elevato che questi animali potevano diventare strumenti delle relazioni diplomatiche.
Offrire un falco particolarmente pregiato a un sovrano significava consegnargli un dono raro, costoso e carico di significato.
I rapaci potevano essere scambiati tra corti, inviati come omaggi diplomatici o impiegati per consolidare rapporti politici.
La loro provenienza contribuiva ad aumentarne il prestigio.
Un girifalco giunto dalle lontane regioni settentrionali non rappresentava soltanto un eccellente animale da caccia: dimostrava anche la capacità del donatore di accedere a reti commerciali e diplomatiche molto estese.
Un esempio particolarmente interessante proviene dal mondo islamico.
Tra la fine del IX e l'inizio del X secolo, i califfi abbasidi di Baghdad ricevettero numerosi falchi come doni da parte di altri sovrani.
Le fonti documentano, per esempio, che nell'893 il sovrano samanide Isma'il ibn Ahmad inviò al califfo al-Mu'tadid trentadue falchi, undici dei quali bianchi.
Altri doni seguirono negli anni successivi.
Alcuni di questi animali potrebbero essere stati girifalchi provenienti dalle regioni artiche, trasportati attraverso lunghe reti di scambio.
È un esempio straordinario di come un rapace potesse collegare territori lontanissimi, dalla Scandinavia al Medio Oriente. Wiley Online Library
La falconeria, dunque, non apparteneva soltanto alla storia della caccia.
Faceva parte anche della storia del commercio, della diplomazia e dei rapporti tra le grandi potenze medievali.
Le leggi medievali: quanto valeva un falco?
Se un animale possedeva un valore economico e sociale tanto elevato, era inevitabile che il suo possesso fosse tutelato anche dalle leggi.
Nel Medioevo, tuttavia, non esisteva una legislazione unica sulla falconeria.
Le norme cambiavano secondo i regni, le consuetudini locali e i diversi periodi storici.
Potevano riguardare il furto dei rapaci, la loro cattura, il prelievo dei giovani dai nidi, la proprietà degli animali e i diritti di caccia.
Uno degli esempi più sorprendenti risale al VI secolo.
Nella legislazione dei Burgundi, popolazione germanica che aveva costituito un regno nell'Europa occidentale, il risarcimento previsto per il furto di un rapace da caccia poteva essere superiore a quello stabilito per il furto di uno schiavo.
Il dato, riportato dallo storico Robin S. Oggins, ci restituisce un'immagine impressionante della scala di valori economici presente in quella società.
Naturalmente, non significa che tutti i falchi medievali valessero più di una persona, né che una simile disposizione fosse valida ovunque.
Dimostra però quanto un rapace addestrato potesse essere considerato prezioso.
Anche i luoghi di nidificazione potevano essere sottoposti a particolari forme di tutela.
Nell'Inghilterra medievale, per esempio, la distruzione dei nidi dei rapaci nelle foreste reali poteva costituire un'infrazione punibile.
Le norme servivano anche a proteggere le risorse venatorie e i privilegi del sovrano.
Durante il regno di Edoardo I d'Inghilterra, tra il 1272 e il 1307, la falconeria reale raggiunse un'importanza considerevole, documentata dalle spese sostenute dalla corte e dall'attenzione riservata ai rapaci. DOI
Un altro aspetto fondamentale riguardava il diritto di caccia.
Possedere un falco non significava necessariamente poterlo utilizzare liberamente su qualsiasi terreno.
In molte regioni europee, l'accesso alla selvaggina e l'esercizio della caccia erano regolati da privilegi signorili, diritti territoriali e consuetudini locali.
Le restrizioni potevano quindi riguardare non soltanto l'animale utilizzato, ma anche il luogo in cui si intendeva cacciare.
È importante distinguere questi diversi aspetti: il possesso di un rapace, il diritto di catturarlo e il diritto di cacciare erano questioni giuridiche differenti.
Come funzionava realmente la falconeria medievale?
Abbandoniamo per un momento le corti e i documenti giuridici per osservare più da vicino il lavoro del falconiere.
La prima cosa da comprendere è che la falconeria non consisteva semplicemente nel liberare un rapace affinché catturasse una preda.
Si trattava di un'attività complessa, basata sulla conoscenza del comportamento animale e sulla capacità di instaurare una collaborazione funzionale tra uomo e predatore.
Nel Medioevo, i rapaci destinati alla falconeria provenivano prevalentemente dalla natura.
Potevano essere catturati dopo aver raggiunto l'indipendenza oppure prelevati giovani dai nidi.
L'età e l'esperienza dell'animale influenzavano le difficoltà incontrate durante l'addestramento.
Un giovane rapace ancora inesperto richiedeva un percorso differente rispetto a un adulto che aveva già sviluppato autonomamente le proprie capacità venatorie.
In entrambi i casi, il falconiere doveva dedicare tempo all'abituazione dell'animale alla presenza umana.
Il rapace doveva imparare a tollerare il contatto ravvicinato con il falconiere, a rimanere tranquillo sul pugno e a rispondere ai richiami.
L'addestramento proseguiva gradualmente, fino a rendere possibile l'impiego dell'animale nella caccia.
Uno degli elementi fondamentali era la gestione delle condizioni fisiche e della motivazione alimentare.
Il falconiere doveva conoscere il proprio rapace abbastanza bene da comprenderne il comportamento, le esigenze e la disponibilità a collaborare.
Un animale eccessivamente appesantito poteva mostrare scarso interesse per la caccia, mentre una gestione alimentare inadeguata poteva comprometterne salute e prestazioni.
Il successo non dipendeva quindi soltanto dalla capacità del rapace di catturare una preda, ma anche dall'esperienza di chi lo gestiva.
Alto volo e basso volo
Non tutti i rapaci cacciano nello stesso modo.
Questa distinzione era ben conosciuta dai falconieri medievali, che sceglievano gli animali anche in relazione al tipo di selvaggina e alle caratteristiche del territorio.
Nella falconeria di alto volo, praticata soprattutto con i falchi, l'animale poteva prendere quota e sfruttare la propria velocità per attaccare la preda dall'alto.
Il falco pellegrino rappresenta uno degli esempi più conosciuti di questa tecnica.
La caccia poteva svolgersi in ambienti aperti, dove il rapace aveva la possibilità di sviluppare il proprio volo e utilizzare efficacemente la picchiata.
Nella falconeria di basso volo, invece, venivano impiegati soprattutto rapaci come astori e sparvieri.
Questi predatori, caratterizzati da grande agilità e capacità di accelerazione, erano particolarmente adatti a inseguimenti rapidi, anche in ambienti con vegetazione.
La scelta della specie dipendeva dunque da considerazioni pratiche, oltre che dal prestigio sociale.
Un animale particolarmente raro o costoso non era necessariamente il più adatto a ogni situazione venatoria.
Il falconiere esperto doveva conoscere le caratteristiche del rapace e utilizzarle nel contesto più appropriato.
Il ruolo dei cani e degli aiutanti
La caccia medievale con i rapaci poteva coinvolgere numerose persone.
Nelle battute organizzate dalle grandi corti, il falconiere poteva essere affiancato da aiutanti, battitori e conduttori di cani.
I cani avevano un ruolo importante nell'individuazione della selvaggina.
In alcune forme di caccia, il loro compito era localizzare la preda e permettere al falconiere di preparare il rapace all'attacco.
Al momento opportuno, la selvaggina veniva fatta involare, offrendo al falco la possibilità di intervenire.
La riuscita dipendeva dal coordinamento tra uomini, cani e rapaci.
Una battuta di caccia poteva quindi trasformarsi in un'attività collettiva estremamente articolata, nella quale ogni partecipante svolgeva una funzione specifica.
Gli strumenti del falconiere
Molti degli strumenti associati alla falconeria moderna possiedono origini antiche.
Il guanto proteggeva la mano del falconiere dagli artigli del rapace.
I geti, applicati ai tarsi, permettevano di gestire l'animale durante il trasporto e le operazioni quotidiane.
Il logoro poteva essere impiegato nell'addestramento e nel richiamo, soprattutto con i falchi.
Particolarmente interessante è la storia del cappuccio.
Questo strumento, utilizzato per coprire gli occhi del rapace e ridurre gli stimoli visivi, è strettamente associato alle tradizioni falconiere orientali.
La sua diffusione nella falconeria europea fu favorita dagli scambi culturali con il mondo islamico.
Prima che il cappuccio si affermasse in numerosi contesti europei, erano conosciute anche altre pratiche per limitare temporaneamente la vista del rapace, tra cui la cosiddetta ciliatura.
Si trattava di procedure molto differenti dagli standard di gestione moderni, che testimoniano come le tecniche falconiere siano cambiate nel corso dei secoli.
La presenza di strumenti simili a quelli utilizzati oggi non deve infatti farci dimenticare che la falconeria medievale operava all'interno di conoscenze veterinarie e concezioni del benessere animale profondamente diverse dalle nostre.
Federico II: l'imperatore che studiava gli uccelli
Parlare di falconeria medievale senza ricordare Federico II di Svevia sarebbe impossibile.
Nato nel 1194 e morto nel 1250, Federico II fu imperatore del Sacro Romano Impero e una delle figure più importanti della storia europea del XIII secolo.
La sua passione per la falconeria andava ben oltre il semplice interesse aristocratico per la caccia.
Federico dedicò una parte considerevole della propria vita allo studio degli uccelli, delle loro caratteristiche e del loro comportamento.
Il risultato più celebre di questo interesse fu il De arte venandi cm avibus, ovvero L'arte di cacciare con gli uccelli.
Il trattato rappresenta una delle opere naturalistiche più significative del Medioevo.
Al suo interno, Federico affronta argomenti che spaziano dall'anatomia degli uccelli alle loro abitudini, fino alle tecniche di addestramento e di caccia.
Ciò che rende particolarmente interessante l'opera è l'importanza attribuita all'osservazione diretta.
In un'epoca nella quale molti testi naturalistici riprendevano le affermazioni delle autorità antiche, Federico cercò di confrontare le conoscenze tramandate con ciò che poteva osservare personalmente.
Naturalmente, non bisogna immaginarlo come uno scienziato moderno nel senso contemporaneo del termine.
Il suo lavoro apparteneva pienamente alla cultura medievale.
Tuttavia, il metodo osservativo e l'attenzione per i fenomeni naturali rendono il trattato un documento straordinario.
Federico ebbe inoltre accesso alle conoscenze dei falconieri provenienti dal mondo arabo, particolarmente importanti nella cultura della corte siciliana.
La sua opera rappresenta quindi anche una testimonianza degli scambi intellettuali che attraversavano il Mediterraneo medievale.
Per l'imperatore, la falconeria era una disciplina nella quale conoscenza teorica ed esperienza pratica dovevano necessariamente incontrarsi.
Comprendere il comportamento del rapace era indispensabile per poter collaborare efficacemente con lui durante la caccia.
Un principio che, pur attraverso conoscenze e strumenti profondamente cambiati, conserva ancora oggi una notevole importanza. Treccani
Anche le donne praticavano la falconeria?
L'immaginario popolare associa spesso la falconeria medievale esclusivamente a re, cavalieri e nobili guerrieri.
In realtà, anche le donne dell'aristocrazia potevano praticare questa attività.
La presenza di dame accompagnate da rapaci compare frequentemente nell'arte e nella letteratura medievale.
La falconeria poteva infatti costituire un passatempo aristocratico condiviso da uomini e donne, pur all'interno delle differenti convenzioni sociali dell'epoca.
Nelle rappresentazioni cortesi, la figura femminile con un falco sul pugno poteva assumere significati legati all'eleganza, alla nobiltà e alla cultura aristocratica.
Bisogna naturalmente distinguere tra rappresentazione artistica e pratica quotidiana: non ogni donna raffigurata con un rapace era necessariamente una falconiera esperta.
Queste immagini dimostrano comunque quanto profondamente il falco fosse entrato nel linguaggio simbolico della società medievale.
La falconeria non apparteneva soltanto al mondo della guerra e della caccia.
Era anche parte della cultura delle corti, delle relazioni sociali e dell'immaginario amoroso. Treccani
Dal Medioevo ai giorni nostri
Con il passare dei secoli, il ruolo della falconeria nella società europea cambiò profondamente.
La diffusione delle armi da fuoco, le trasformazioni delle pratiche venatorie e i mutamenti politici e sociali contribuirono progressivamente a ridimensionarne l'importanza.
L'arte di cacciare con i rapaci, tuttavia, non scomparve.
Continuò a essere praticata e tramandata in differenti regioni del mondo, conservando conoscenze, strumenti e tradizioni sviluppati nel corso di molti secoli.
Oggi la falconeria è riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell'umanità, attraverso un riconoscimento internazionale al quale partecipa anche l'Italia.
Si tratta di un riconoscimento importante, perché testimonia il valore di una tradizione che non consiste soltanto nell'utilizzo di un animale per la caccia, ma comprende un patrimonio di conoscenze naturalistiche, tecniche artigianali e pratiche culturali.
Naturalmente, la falconeria contemporanea si confronta con esigenze molto diverse rispetto a quelle medievali.
La tutela dei rapaci, la conservazione delle specie, il benessere animale e il rispetto delle normative moderne rappresentano oggi aspetti fondamentali.
Ma un elemento continua ad accomunare il falconiere contemporaneo ai suoi predecessori: la necessità di conoscere profondamente l'animale con il quale lavora.
Perché un rapace non è un semplice strumento.
È un predatore dotato di comportamenti, esigenze e capacità proprie, che il falconiere deve imparare a comprendere.
E forse è proprio questa la caratteristica più affascinante della falconeria: un'arte nata dall'incontro tra le capacità di caccia di un animale selvatico e l'ingegno dell'essere umano, capace di attraversare millenni di storia senza perdere la propria identità.

Federico Cipriani
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Fonti e approfondimenti
• Falconeria.org.
• Robin S. Oggins, The Kings and Their Hawks: Falconry in Medieval England — uno studio sulla falconeria inglese, sul suo valore sociale ed economico e sulle normative che la riguardavano. OUP Academic
• Treccani, Enciclopedia dell'Arte Medievale, voce Falconeria — per il ruolo culturale, sociale e simbolico dei rapaci nella società medievale. Treccani
• Treccani, Enciclopedia Federiciana, voce De arte venandi cm avibus — per Federico II e il suo contributo allo studio degli uccelli. Treccani
• Caitlin Ellis e Sam Ottewill-Soulsby, The Caliph and the Falcons: A Ninth-Century History from Iceland to Iraq (2026) — per i doni diplomatici di falchi ai califfi abbasidi. Wiley Online Library
• Falconeria.org – Falconeria e Medioevo — come riferimento divulgativo per la storia della falconeria.
• UNESCO – Falconry, a Living Human Heritage — per il riconoscimento della falconeria come patrimonio culturale immateriale.

Compagnia 1016Associazione culturale del drago, dell ' orso e del cinghiale
06/10/2026

Compagnia 1016
Associazione culturale del drago, dell ' orso e del cinghiale

GILDA DEI VASAI - pillole di medioevoLa ceramica è un’arte che accompagna la vita quotidiana dell’uomo da millenni e nel...
06/10/2026

GILDA DEI VASAI - pillole di medioevo
La ceramica è un’arte che accompagna la vita quotidiana dell’uomo da millenni e nel Medioevo era una presenza costante nella vita delle persone. Nelle case, nelle cucine, nelle botteghe e sulle mense, si trovavano pentole, brocche, ciotole, boccali, recipienti per la conservazione e contenitori di ogni genere, nati da una materia semplice, la terra, attraverso un lavoro fatto di esperienza, gesti precisi e conoscenza del fuoco.
Il mestiere del vasaio significa andare oltre il gesto spettacolare della modellazione dell’argilla, perché quest’Arte partiva dalla terra e, attraverso il lavoro e l’esperienza di maestri, figuli e vascellari, arrivava alla creazione di manufatti più o meno complessi, ma essenziali nella quotidianità medievale.
Un pezzo di terracotta può conservare la composizione di una terra, il movimento di una mano, il segno di un utensile e gli effetti del fuoco. Uno statuto può dirci da dove il vasaio prendeva l’argilla, a quale ora poteva accendere la fornace o perché gli era consentito attraversare la città dopo il suono della campana: piccole testimonianze che rendono il mestiere qualcosa di più di una tecnica diventando vita quotidiana medievale.
La lavorazione della ceramica era dunque un’Arte, ma dietro questa lavorazione vi erano soprattutto persone. Studiare questo mestiere significa approfondire una storia medievale forse meno epica di quella delle battaglie, dei grandi personaggi o dei santi, ma molto vicina alla quotidianità e, per certi aspetti, ancora attuale.
Studiare l’arte vasaria non consiste solo nello spiegare come l’argilla prende forma, ma raccontare chi erano le persone che la lavoravano, come imparavano a farlo e quale posto occupava il loro mestiere nella società medievale. Perché un vaso non è soltanto un oggetto: è terra, mani, conoscenza e fuoco, ed è, soprattutto, una piccola parte della vita quotidiana di chi ci ha preceduto.
I vasai, l’Arte, le botteghe e le persone.
Quando oggi utilizziamo il termine “Gilda” ci riferiamo, in senso ampio, a un gruppo di persone unite dallo stesso mestiere. Nel Medioevo italiano, tuttavia, non esisteva una definizione unica: si poteva parlare di Arte, corporazione, società o università di mestiere, con strutture e regole differenti da città a città.
Le corporazioni non erano semplicemente associazioni di artigiani: potevano regolare l’accesso alla professione e l’apprendistato, stabilire norme sulla produzione e sulla qualità dei manufatti e delle materie prime e rappresentare gli interessi dei propri membri davanti alle autorità cittadine.
Al centro di questo mondo vi era però soprattutto la bottega, luogo di lavoro ma anche di apprendimento e trasmissione del sapere.
Il maestro, o magister, possedeva la piena conoscenza del mestiere e dirigeva l’attività; accanto a lui, esattamente come funziona oggi, potevano lavorare più figure, dagli apprendisti ai garzoni. Ricordiamo sempre che non tutte le botteghe erano organizzate nello stesso modo.
Tra le figure che compaiono nella documentazione relativa ai vasai di Viterbo troviamo i figuli e i vascellari.[1]
Gli studi sulla produzione ceramica viterbese hanno proposto di leggere questi due termini come indizio di una possibile specializzazione interna al mestiere: il figulo sarebbe stato maggiormente legato alla lavorazione dell’argilla e alla formatura del recipiente, mentre il vascellaro avrebbe avuto un ruolo più connesso alle successive fasi di lavorazione e decorazione.[1]
Ciò che questa distinzione ci aiuta a comprendere è che la produzione ceramica non deve essere immaginata per forza come il lavoro solitario di un unico artigiano. Preparare la terra, modellare, rifinire, realizzare anse, decorare, predisporre la fornace e controllare la cottura erano attività differenti e, soprattutto nelle botteghe più articolate, potevano coinvolgere persone e competenze diverse.
E, a proposito delle persone che potevano far parte della bottega, è importante soffermarsi anche sul ruolo delle donne. Seppur con differenze giuridiche e sociali, il ruolo della donna non era importante solo per quanto concerne le Sante o le nobildonne (si pensi a Adelaide di Susa o, andando avanti di un secolo, a Caterina da Siena), ma anche nella vita quotidiana lavorativa, non solo domestica.
Le fonti, infatti, documentano donne attive nella produzione, nella gestione delle attività e, in determinati contesti, anche in ruoli di responsabilità.
Anche per il mestiere ceramico esiste una testimonianza particolarmente interessante. Tra il 1276 e il 1282, nei registri fiscali del villaggio inglese di Kempsey, compare Juliana la Pottare, registrata come responsabile del proprio nucleo familiare. Il suo appellativo la collega direttamente al mestiere del vasaio e la documentazione ha portato gli studiosi a ipotizzare che potesse essere coinvolta personalmente nella produzione ceramica e forse nella gestione della bottega locale.[3]
Quest’ultimo aspetto rimane un’ipotesi, ma la testimonianza è comunque significativa: la presenza di una donna legata professionalmente alla produzione ceramica nel XIII secolo è pienamente compatibile con la documentazione dell’epoca.
Questo non significa che tutte le botteghe o corporazioni medievali fossero aperte alle donne nello stesso modo, ma dimostra che la loro presenza nel mondo del lavoro artigiano non era affatto estranea alla società medievale.
I vasai nello Statuto di Viterbo.
Una delle testimonianze più interessanti per comprendere la vita concreta dei vasai nel XIII secolo arriva da Viterbo.
Gli Statuti cittadini del 1251-1252 conservano infatti diverse norme espressamente dedicate al loro mestiere e ci permettono di scoprire aspetti sorprendentemente quotidiani del lavoro di un ceramista medievale.[1]
La prima necessità era, naturalmente, la materia prima.
L’Extraordinaria n. 44, De permutatione terre Finaguere cm figulis, riguarda proprio l’approvvigionamento dell’argilla. I vasai utilizzavano la terra proveniente da una zona del Campo Graçano e lo Statuto prevedeva l’intervento dell’autorità cittadina affinché potessero continuare ad accedervi.[1]
Una norma che può sembrare marginale, ma che racconta quanto fosse importante garantire la continuità della produzione: senza terra non vi erano vasi e la disponibilità dell’argilla diventava quindi una questione sulla quale interveniva direttamente il Comune.
Ancora più suggestiva è l’Extraordinaria n. 45, De securitate figulorum.
Quando i vasai erano impegnati nella cottura potevano raggiungere le fornaci e rientrare anche dopo il suono della campana, senza incorrere nelle normali sanzioni previste per chi circolava nelle ore notturne.[1]
Il motivo diventa più chiaro leggendo un’altra disposizione dello stesso Statuto: il n. 27 dei Maleficia vietava a figuli e vascellari di accendere il fuoco delle fornaci prima dei vespri.[1]
Il Comune, quindi, da una parte regolava gli orari della cottura, anche per limitare il disagio provocato dai fumi, e dall’altra permetteva agli artigiani di muoversi nelle ore serali per seguire il lavoro.
Lo Statuto arrivava perfino a stabilire alcune caratteristiche dei manufatti: la rubrica 147, Quod figuli faciant panatas cm duobus manicis, prescriveva che le panate fossero realizzate con due manici, secondo la consuetudine.[1]
Attraverso poche disposizioni possiamo quindi ricostruire molto: da dove proveniva l’argilla, quando venivano accese le fornaci, perché un vasaio poteva circolare dopo il suono della campana e persino quale forma dovesse avere un determinato recipiente.
Dalla terra al vaso.
Come si è ormai ampiamente compreso, tutto cominciava dall’argilla.
La terra doveva essere scelta, preparata e lavorata fino a raggiungere una consistenza adatta alla modellazione. Gli elementi indesiderati venivano eliminati e l’impasto doveva essere reso sufficientemente omogeneo per poter essere lavorato.
Oggi molti ceramisti acquistano argille già preparate, disponibili in differenti composizioni e caratteristiche a seconda dell’utilizzo. Nel contesto medievale, invece, l’approvvigionamento e la preparazione della materia prima costituivano una parte integrante del ciclo produttivo, come dimostra bene lo stesso Statuto viterbese.
Solo una volta preparata la materia poteva iniziare la vera e propria formatura.
Le tecniche potevano essere differenti e anche combinate tra loro: modellazione manuale, colombino e utilizzo della rotazione con il tornio per formare o rifinire il recipiente. Alcuni di questi gesti di base sono ancora perfettamente riconoscibili nella pratica ceramica contemporanea, pur con strumenti, materiali e condizioni di lavoro differenti.
Quando si parla di tornio medievale, però, occorre essere prudenti.
Non esiste un’unica macchina che possa essere definita semplicemente “il tornio medievale”. La natura deperibile di molte componenti lignee rende limitate le evidenze archeologiche dirette; ed è praticamente solo tramite lo studio delle opere di ceramica giunte ai giorni nostri che, in maniera indiretta, gli archeologi e storici hanno potuto immaginare i differenti modelli di tornio.
Una volta formato, il vaso veniva lasciato rassodare. Poteva quindi essere ripreso per rifinire pareti e fondo, aggiungere anse o altri elementi e preparare la superficie.
Seguiva l’essiccazione, necessaria affinché il recipiente perdesse gradualmente l’acqua contenuta nell’impasto prima di affrontare il calore della fornace.
Infine, arrivava la fase più delicata: il fuoco.
La cottura trasformava definitivamente la terra in ceramica e richiedeva una profonda conoscenza della fornace, del combustibile e del tiraggio. Non esistevano termometri o sistemi automatici: erano l’esperienza, l’osservazione e la conoscenza della propria fornace a guidare il lavoro.
Ed è proprio qui che le norme dello Statuto di Viterbo acquistano nuovamente vita: possiamo immaginare i vasai che, dopo i vespri, accendono le fornaci e continuano a sorvegliarle quando gran parte della città ha ormai terminato la propria giornata.
Una ceramica tutt’altro che grigia
Così come la vita medievale non era il mondo cupo e monocromatico spesso restituito dall’immaginario cinematografico di Hollywood, anche la ceramica non aveva soltanto il colore naturale della terra.
Accanto alle produzioni acrome esistevano manufatti rivestiti e decorati, con risultati differenti secondo il territorio, il periodo e la tecnica utilizzata. Anche in questo caso è però necessario evitare l’idea di un’unica “ricetta medievale”: colori, rivestimenti e risultati potevano cambiare sensibilmente tra produzioni differenti.
Uno sguardo al territorio di Fossano (Piemonte).
Ogni territorio aveva materie prime, tradizioni, contatti, scambi e caratteristiche proprie, ricordandoci che non esiste “la ceramica medievale” come qualcosa di identico in ogni luogo.
Gli scavi del centro storico di Fossano restituiscono un interessante quadro della produzione e dell’utilizzo della ceramica nel XIII secolo.
Lo studio dei materiali mostra che, con la prima vera fase di urbanizzazione del pianoro fossanese, alla ceramica acroma si affianca una produzione tecnologicamente differente, definita ceramica a vetrina densa. Gli esemplari studiati presentano generalmente un rivestimento piuttosto spesso, con tonalità verde oliva o giallastre, talvolta caratterizzate da puntinature nere e da una colorazione non uniforme.[4]
Tania Basso

Note e fonti
[1] P. Egidi, Gli statuti viterbesi del 1237-38, del 1251-52 e del 1356, in Statuti della Provincia Romana, a cura di V. Federici, Roma, 1930, pp. 27-282; G. Mazza, Attività ceramiche nell’Alto Lazio (secc. XIII-XVIII), Edizioni Cultura, Viterbo, 1979; Museo della Ceramica della Tuscia, Guida del Museo della Ceramica della Tuscia, in particolare la sezione dedicata allo Statuto viterbese del 1251.
[2] F. Miele, C. Lemorini, F. R. Stasolla, G. M. Annoscia, V. Forte, Encoding tools and gestures of medieval potters: a traceological approach to reconstruct the protomaiolica wheel-finishing techniques, the case study of Cencelle (Tarquinia, Italy), in Archaeological and Anthropological Sciences, vol. 18, art. 166, 2026.
[3] R. Hedge, Worcestershire Archive & Archaeology Service, Juliana la Pottare, 2019, sulla documentazione fiscale di Kempsey databile al 1276-1282.
[4] E. Ariaudo, Fossano, centro storico. Dati dagli scavi e dallo studio del materiale ceramico, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, 2016.

Fonti fotografiche.
Bible moralisée (XIII Sec.).
Donna vasaia, dal mazzo di carte Hofamterspiel (1455).

Indirizzo

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Piemonte
10126

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