16/02/2026
È appena passata la settimana di San Valentino.
Non lo leggo sul calendario, lo sento nelle spalle, nel bruciore dei polsi, nel peso delle mani, nel sorriso che metto addosso.
Entrano, uno alla volta.
Li leggo dal modo in cui si appoggiano al banco, non da quello che chiedono.
C’è chi entra con attenzione, piano, abbassa la voce, studia i colori.
Ha paura di sbagliare gesto, e fa tenerezza.
Poi chi entra per dovere.
Dritto, orologio al polso.
San Valentino è una scadenza, non una sorpresa, non sono infelici, ma sono lì per dovere.
Io li accompagno senza ironia.
Anche l’amore fatto per senso civico è amore che non ha mollato.
Poi chi arriva con entusiasmo.
Esagerato, rumoroso, ride, gesticola, parla troppo, vuole stupire, mi tira su anche quando le gambe cedono.
Poi eccola, la noia!
Sottile.
“Faccia lei”, dice, ma dentro c’è tutto il peso di chi sa già come finirà.
Routine, sì, ma presente.
E io, sorridendo appena, penso: anche la noia è coraggio.
Io li prendo tutti.
Sorridendo.
Ma il mio sorriso non è leggero, è un muscolo allenato negli anni.
Sporco di terra, foglie e fatica.
Dentro c’è la pazienza, quella vera, che regge la settima indecisione come fosse la prima.
Mentre le mani puzzano di terriccio e foglie spezzate.
C’è la volontà, di fare bene anche a sera, quando i polsi bruciano, quando le forbici tagliano più forte del dovuto.
C’è la fiducia che quel mazzo serva, che non sia solo bello, che per qualcuno sia una tregua.
Poi arriva l’ira.
Breve, controllata, quando alla fine della giornata qualcuno dice:
“È una cosa veloce, vero?”
Come se l’amore fosse una pratica da banco.
E infine la stanchezza vera, che ti piega in avanti, sporca di polvere e terra, senza arrivare alle mani, le mani no, quelle lavorano fino alla fine.
E poi arriva il momento, quel momento che sai che prima o poi verrà.
Dopo ore di indecisioni, esperimenti, modernità, dopo entusiasti e doverosi e silenziosi...
Arriva lei, la richiesta che non può mancare.
LA ROSA, NEBBIOLINA, FELCE E STAGNOLA!
Puntuale, dal più tradizionale al più moderno, eppure ogni volta ti sorprende, ti strappa un sorriso vero e funziona.
Sempre!
E io la preparo. Sempre!
Non per abitudine, per rispetto, perché in quella richiesta c’è una cosa chiara: uno che non sa dirlo bene, ma vuole dirlo.
E allora capisco, posso inventare, spingermi avanti, sudare idee…
Ma non posso — e non voglio — togliere all’amore le sue certezze.
Perché l’amore cambia linguaggio, sì, ma non cambia bisogno.
Ha bisogno di essere scelto.
Preso in mano.
Consegnato.
E io, con il corpo stanco e il sorriso un po’ difficile, sono ancora qui per questo.
A dimostrare che no: quella rosa non è finita.
È viva come noi, che continuiamo a crederci,
anche quando fa male alle ossa. 🌹È appena passata la settimana di San Valentino.
Non lo leggo sul calendario, lo sento nelle spalle, nel bruciore dei polsi, nel peso delle mani, nel sorriso che metto addosso.
Entrano, uno alla volta.
Li leggo dal modo in cui si appoggiano al banco, non da quello che chiedono.
C’è chi entra con attenzione, piano, abbassa la voce, studia i colori.
Ha paura di sbagliare gesto, e fa tenerezza.
Poi chi entra per dovere.
Dritto, orologio al polso.
San Valentino è una scadenza, non una sorpresa, non sono infelici, ma sono lì per dovere.
Io li accompagno senza ironia.
Anche l’amore fatto per senso civico è amore che non ha mollato.
Poi chi arriva con entusiasmo.
Esagerato, rumoroso, ride, gesticola, parla troppo, vuole stupire, mi tira su anche quando le gambe cedono.
Poi eccola, la noia!
Sottile.
“Faccia lei”, dice, ma dentro c’è tutto il peso di chi sa già come finirà.
Routine, sì, ma presente.
E io, sorridendo appena, penso: anche la noia è coraggio.
Io li prendo tutti.
Sorridendo.
Ma il mio sorriso non è leggero, è un muscolo allenato negli anni.
Sporco di terra, foglie e fatica.
Dentro c’è la pazienza, quella vera, che regge la settima indecisione come fosse la prima.
Mentre le mani puzzano di terriccio e foglie spezzate.
C’è la volontà, di fare bene anche a sera, quando i polsi bruciano, quando le forbici tagliano più forte del dovuto.
C’è la fiducia che quel mazzo serva, che non sia solo bello, che per qualcuno sia una tregua.
Poi arriva l’ira.
Breve, controllata, quando alla fine della giornata qualcuno dice:
“È una cosa veloce, vero?”
Come se l’amore fosse una pratica da banco.
E infine la stanchezza vera, che ti piega in avanti, sporca di polvere e terra, senza arrivare alle mani, le mani no, quelle lavorano fino alla fine.
E poi arriva il momento, quel momento che sai che prima o poi verrà.
Dopo ore di indecisioni, esperimenti, modernità, dopo entusiasti e doverosi e silenziosi...
Arriva lei, la richiesta che non può mancare.
LA ROSA, NEBBIOLINA, FELCE E STAGNOLA!
Puntuale, dal più tradizionale al più moderno, eppure ogni volta ti sorprende, ti strappa un sorriso vero e funziona.
Sempre!
E io la preparo. Sempre!
Non per abitudine, per rispetto, perché in quella richiesta c’è una cosa chiara: uno che non sa dirlo bene, ma vuole dirlo.
E allora capisco, posso inventare, spingermi avanti, sudare idee…
Ma non posso — e non voglio — togliere all’amore le sue certezze.
Perché l’amore cambia linguaggio, sì, ma non cambia bisogno.
Ha bisogno di essere scelto.
Preso in mano.
Consegnato.
E io, con il corpo stanco e il sorriso un po’ difficile, sono ancora qui per questo.
A dimostrare che no: quella rosa non è finita.
È viva come noi, che continuiamo a crederci,
anche quando fa male alle ossa. 🌹