01/10/2023
Ieri è stata la Giornata internazionale della blasfemia, giornata istituita nel 2009 dal Center for Inquiry quando lanciò il Blasphemy Contest.
Su Wikipedia, dove anni fa io stessa reperii informazioni su questa ricorrenza, non c’è più la pagina dedicata.
Nel 2021, questa giornata diventata fantasma, concluse Ceci n’est pas un blasphème.
Io sono Emanuela Marmo e sono la direttrice artistica di Ceci n’est pas un blasphème, il Festival delle Arti dedicato alla libertà d’espressione, della cui organizzazione adesso si occupa l’Associazione di promozione sociale “Falsi Magri(tte)”. Il PAN, il Palazzo della Arti di Napoli, ospitò le mostre con il patrocinio morale del sindaco. Gli eventi e gli spettacoli si sono svolti presso il Lanificio25 e l’ex Asilo Filangieri.
Nel trattare questo ampio argomento, ci siamo focalizzati sull’ambito artistico. Inevitabilmente ci siamo imbattuti in storie di censura, di persecuzione caratterizzate dal tema religioso. Il Festival stesso, che aveva il compito di promuovere e tutelare opere anticlericali, è stato oggetto di attacchi, di censura e intimidazioni che però non hanno scalfito il valore culturale e politico dell’iniziativa, premiata da una straordinaria partecipazione di pubblico.
Se il sogno di ripetere questa esperienza potesse realizzarsi, io vorrei ripartire da dove mi hanno imbavagliata: io vorrei inaugurare con la performance di Abel Azcona che nel 2021 fu ingiustamente annullata.
La prossima edizione di Ceci n’est pas un blasphème presenta
una sezione espositiva con 9 mostre e diversi curatori, è una sezione che copre tutti i generi figurativi e le pratiche dell’arte contemporanea, includendo anche percorsi divulgativi a carattere documentario;
una sezione stand up comedy a cura di Daniele Fabbri in collaborazione con Davide DDL;
una sezione teatro a cura di Antonio Mocciola;
una sezione cinema a cura di Maria Vittoria Pellecchia, direttrice artistica del Laceno d’oro;
una sezione musica a cura di Porfirio Rubirosa.
La filosofa Cinzia Sciuto ha scritto pochi anni fa un saggio molto interessante intitolato Non c’è fede che tenga: con questo titolo l’autrice intende dire che, nelle società multiculturali, non c’è fede che tenga di fronte ai principi laici, di fronte ai diritti fondamentali della persona e al dovere di neutralità degli stati riguardo le differenti confessioni.
Tuttavia noi abbiamo il sospetto di trovarci in una situazione contraria: non c’è legge che tenga di fronte alle ingerenza dei poteri religiosi, che diventano particolarmente insidiose e problematiche nei periodi in cui, sebbene chiese e templi siano deserti, hanno occasione di foraggiare vuoti ideologici e morali con argomenti che trasferiscono nella tradizione, in modo facile ed emotivo, temi complessi come l’indentità o la sicurezza.
Ceci n’est pas un blasphème pensa che la cultura anticlericale sia un contributo ineliminabile: contribuisce a stimolare e sviluppare il pensiero critico; rende possibile l’emancipazione dalla tradizione.
Ceci n’est pas un blashème pensa che gli spazi pubblici - musei, teatri, sedi espositive di competenza istituzionale e non privata - debbano aprirsi alle tematiche più complicate e dovrebbero per compito e per dovere rappresentare gli strumenti, neutrali, per affrontarli, elaborarli e contestualizzarli.
Per questa ragione abbiamo fatto richiesta al Comune di Napoli per avere in concessione ancora una volta gli spazi del Pan o altra location pubblica, qualora la struttura fosse per una qualche ragiona non fruibile. Ci fu risposto che non potevano concederci strutture perché l’amministrazione stava mettendo a punto delle nuove linee guida a cui, chi desiderava candidare progetti culturali esterni, avrebbe dovuto attenersi. Le linee guida non sono mai uscite, pertanto a oggi non conosco ancora quali criteri servano per vedersi l’approvazione di un progetto.
Passava molto tempo e, naturalmente abbiamo valutato delle alternative, ad esempio ricorrere a sedi gestite da associazioni o da privati. Questi tentativi non sono andati a buon fine:
se la location era idonea, non tutti gli artisti proposti erano stilisticamente in linea con la filosofia dei proprietari; oppure il rischio che eventuali rimostranze da parte di religiosi danneggiassero le attività commerciali di sostentamento della location ha fatto ritirare o cadere nel vuoto molte manifestazioni di sincero interesse. Alcune gallerie, più piccole, quindi non capaci di accogliere simultaneamente tutti gli eventi, hanno posto condizioni economiche ingestibili: piccoli posti hanno chiesto anche 3 mila euro per 20 giorni: moltiplicate questa approssimativa cifra per le altre piccole sedi che si sarebbero rese indispensabili per realizzare tutta la programmazione e capirete che tre reni e quattro bulbi oculari non basterebbero.
Non hai pensato a degli sponsor?
Certo che sì. Ne ho trovati di interessanti. Si sono vivamente complimentati per la scelta degli artisti, per il disegno curatoriale, per le finalità dell’iniziativa: l’aggettivo che più frequentemente è stato attribuito al nostro Festival è “necessario”, ma ogni volta la trattativa si è scontrata con il tale cliente importantissimo, il tal finanziatore importantissimo, il tal socio importantissimo fissato con la tradizione cattolica o certamente impossibilitato a contestarla.
Potrei trasferire il Festival, interamente, in luoghi di contrapposizione, di cultura alternativa. Devo dire che la tentazione è stata forte perché i centri sociali sono centri di propagazione della cultura e spazi di sperimentazione, dove c’è la capacità di elaborare il conflitto e di individuare le questioni senza lasciarsi distrarre dai linguaggi prescelti per porle. Ma… in questi luoghi, da me molto amati, non metterebbero mai piede i miei veri interlocutori, ovvero persone convinte che il rispetto delle religioni sia comportarsi da religiosi pur non essendolo. Queste persone, che nel centro sociale occupato e autogestito non entrerebbero sono quelle a cui noi abbiamo bisogno di dire che i romanzi di Pier Vittorio Tondelli senza le bestemmie non sono più belli, sono solo più falsi.
Tutto questo discorso serve per dirvi che vogliamo che ci sia una seconda edizione del Festival, ma non a qualsiasi condizione. Senza un luogo, ad ogni modo, non possiamo partire neanche con la raccolta fondi.
Se sei un assessore alla cultura in grado di assumerti il carico etico di un’iniziativa del genere, contattami.
Se sei un gallerista e gestisci uno spazio grande abbastanza da accogliere la varietà delle nostre iniziative e sei deciso a unirti a questa battaglia, contattami.
Siamo felici di accogliere le idee di tutti, ma ci servono soprattutto soluzioni. Per favore non sottoponeteci proposte da verificare: abbiamo bisogno di fattibilità.
Intanto speriamo di resistere e riaprire il dibattito.