22/04/2026
A sedici anni è stato l’ultimo a essere scelto per una nuova boy band chiamata Take That. Era il più giovane, il più impertinente, quello che non riusciva a stare fermo. Mentre il mondo li vedeva come idoli puliti per adolescenti, Robbie si sentiva in una gabbia dorata. Non poteva scrivere le sue canzoni, non poteva uscire dai binari, doveva solo sorridere e ballare.
Il conflitto esplose nel 1995. Robbie voleva essere un rocker, voleva vivere al limite, voleva essere Liam Gallagher. Durante le prove per un tour mondiale, lasciò la band tra lo scandalo generale. L'industria discografica lo diede per spacciato: era solo "quello grasso dei Take That". La stampa lo massacrava, il suo peso era oggetto di scherno e i suoi primi tentativi da solista sembravano confermare il fallimento.
Nel 1997, la sua carriera era appesa a un filo. Aveva i debiti, lottava con la dipendenza da alcol e droghe e il suo nuovo album non decollava. Come ultima speranza, pubblicò una ballata scritta insieme a Guy Chambers. La casa discografica non era convinta, ma Robbie sì. Quella canzone era "Angels".
Il brano divenne un inno nazionale nel Regno Unito e poi un successo mondiale. In una notte, Robbie Williams passò dall'essere un ex membro di una boy band caduto in disgrazia a diventare la più grande popstar d'Europa.
Il suo successo fu travolgente. Con album come I've Been Expecting You e Sing When You're Winning, Robbie dominò le classifiche per anni. Era un intrattenitore nato, capace di tenere in pugno 125.000 persone a Knebworth per tre sere di fila. Ma dietro i sorrisi sfacciati e le battute sul palco, la sua mente era un campo di battaglia. La sindrome dell'impostore e l'ansia da prestazione lo perseguitavano. Più diventava famoso, più si sentiva isolato.
Nel 2002 firmò il contratto più redditizio della storia della musica britannica: 80 milioni di sterline con la EMI. Era il re del pop, ma la pressione lo spinse di nuovo verso il baratro. Nel 2007 entrò in riabilitazione nel giorno del suo trentatreesimo compleanno. Il mondo pensava che non sarebbe mai tornato.
Invece, Robbie si è reinventato ancora una volta. Ha fatto pace con il suo passato, si è riunito con i Take That per un tour trionfale nel 2010 e ha costruito una vita familiare solida che lo ha allontanato dai demoni del passato. Ha imparato a ridere di se stesso, trasformando le sue insicurezze in parte dello spettacolo.
Oggi Robbie Williams detiene il record per il maggior numero di album al primo posto nel Regno Unito per un artista solista, superando persino Elvis Presley. Ha vinto 18 Brit Awards, un numero che nessun altro ha mai nemmeno avvicinato.
La sua storia non è quella di un talento perfetto, ma quella di un uomo che è caduto davanti a tutti e si è rialzato ogni singola volta. Non ha mai cercato di nascondere le sue cicatrici, usandole anzi per connettersi con milioni di persone che si sentivano imperfette come lui. È partito come il ragazzo scartato di una boy band ed è diventato un'icona indistruttibile, l'ultimo grande showman del pop.