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C'era un tempo in cui Torino guardava tutti dall'alto.Non è una frase fatta. È successo davvero.La Mole Antonelliana, co...
29/05/2026

C'era un tempo in cui Torino guardava tutti dall'alto.

Non è una frase fatta. È successo davvero.
La Mole Antonelliana, con i suoi 167,50 metri, non era solo un monumento bello da vedere. Era una specie di sfida messa in piedi, mattone dopo mattone, contro l'idea stessa di limite.

Oggi siamo abituati ai palazzi alti, alle torri lucide, agli edifici che puntano al cielo come se fosse la cosa più normale del mondo.
Ma nell'Ottocento no.
Allora una costruzione così faceva impressione sul serio.
Ti fermavi, alzavi la testa, e capivi subito che quella roba non era stata pensata per stare zitta.

La cosa che colpisce ancora di più è il modo in cui è nata: il progetto è di Alessandro Antonelli, e l'opera è diventata uno dei simboli assoluti di Torino proprio perché non somiglia a niente di timido.
È un edificio in muratura, e già qui c'è da sorridere: niente effetto speciale, niente vetro da grattacielo moderno, niente finta leggerezza.
Solo peso, ingegno, ostinazione.
Una di quelle idee che sembrano impossibili finché qualcuno non decide di farle davvero.

Dal 1889 al 1908 la Mole fu l'edificio più alto del mondo.
Per capirsi: sopra tutti.
Sopra le città che si stavano allargando.
Sopra le ambizioni di mezza Europa.
Sopra persino la Torre Eiffel, che allora era già diventata il simbolo dell'audacia tecnica.
E per Torino questo non fu un dettaglio da poco.
Fu un momento di orgoglio puro.
Una città italiana che, per un tratto della sua storia, si prese il primato mondiale senza chiedere permesso a nessuno.

Poi, come succede ai record, il tempo ha fatto il suo mestiere e ha rimesso ogni cosa al suo posto.
Ma il punto non è solo chi ha tenuto il titolo più a lungo.
Il punto è che la Mole, ancora oggi, riesce a raccontare una cosa semplicissima: ci sono edifici che non servono soltanto a stare in piedi.
Servono a farsi ricordare.

E questa, alla fine, è la vera stranezza della Mole Antonelliana.
Non è solo alta.
È testarda.
Ha l'aria di chi non voleva passare inosservata nemmeno per un minuto.
E infatti ci è riuscita.

Come se non bastasse, nei primi anni del Novecento fu anche uno dei primi edifici al mondo a essere illuminato di notte con lampade a gas.
Insomma: di giorno si faceva notare per l'altezza, la sera per la luce.
Una presenza che non lasciava tregua allo sguardo.
E ancora oggi, quando la vedi, capisci che certi simboli non invecchiano.
Cambiano le città, cambiano i gusti, cambiano i record.
La Mole resta lì.
Sempre dritta.
Sempre in cima.

💁‍♂️ Quel che non sapevi, in breve
👉 167,50 metri di altezza
👉 dal 1889 al 1908 fu l'edificio più alto del mondo
👉 superò anche la Torre Eiffel
👉 il progetto è di Alessandro Antonelli
👉 fu uno dei primi edifici al mondo illuminati di notte con lampade a gas
📚 Fonti: martinaway, museotorino

A Vercelli l'orologio pubblico batteva le ore già nel 1377.Mentre il resto d'Europa discuteva di meridiane, il Comune di...
26/05/2026

A Vercelli l'orologio pubblico batteva le ore già nel 1377.

Mentre il resto d'Europa discuteva di meridiane, il Comune di Vercelli installava un orologio meccanico sulla Torre del Broletto. Con tre campane. Nel 1377.

La torre esiste da prima ancora: la costruzione risale al XII secolo, poi il Comune la acquistò nel Duecento e ne fece il cuore pulsante della città. Trentotto metri di mattoni che guardano Piazza dei Pesci da quando Dante era morto da appena cinquant'anni.

Nel 1377 arrivò l'orologio. Non un orpello decorativo: le tre campane installate insieme ad esso servivano a ba***re le ore, segnalare i pericoli, convocare i cittadini in assemblea. Un sistema di comunicazione pubblica a frequenza programmata, in epoca medievale.

E qui arriva il dato che ribalta tutto.

Quell'orologio non durò un decennio. Non un secolo. Rimase sulla torre per 554 anni — fino al 1931, quando fu finalmente rimosso. Cinquantaquattro decenni. Attraverso il Rinascimento, la Controriforma, Napoleone, il Risorgimento, la Prima guerra mondiale. Tutta la storia moderna italiana battuta a colpi di campana da una torre di Vercelli.

Nel 1821, un fulmine abbatté la guglia che la sovrastava — oltre 20 metri in più che non furono mai ricostruiti. La torre p***e quasi la metà della sua altezza originaria. L'orologio continuò a girare.

Aspetta: stiamo parlando di una città italiana di provincia che nel XIV secolo aveva già risolto il problema dell'ora pubblica con un sistema che sarebbe rimasto operativo fino all'era del telefono.

L'orologio pubblico non è un'invenzione della modernità. A Vercelli era già medievale — e ha continuato a ba***re il tempo per più di mezzo millennio.

In breve:
Nel 1377 Vercelli installò un orologio meccanico con tre campane sulla Torre del Broletto
L'orologio rimase sulla torre per 554 anni, fino al 1931
La torre risale al XII secolo, è alta 38 metri e p***e la guglia per un fulmine nel 1821

Un DJ di 59 anni da Saluzzo ha mixato 244 ore consecutive senza fermarsi.Dieci giorni. Dieci notti. Niente alcol, niente...
20/05/2026

Un DJ di 59 anni da Saluzzo ha mixato 244 ore consecutive senza fermarsi.

Dieci giorni. Dieci notti. Niente alcol, niente caffè, niente energy drink.

Solo due ore di pausa al giorno — accumulate minuto per minuto, cinque per ogni ora suonata — per dormire, mangiare, lavarsi. Il resto del tempo: consolle.

Faber Moreira si chiama in realtà Fabrizio Morero. Ha 59 anni. Vive a Saluzzo, provincia di Cuneo, 17.000 abitanti. Trent'anni di carriera tra discoteche italiane, Ibiza e Sharm el-Sheikh. Aveva deciso da diciotto mesi che avrebbe battuto il record mondiale.

L'evento si è tenuto all'ex Foro Boario di Saluzzo, trasformato per l'occasione in una discoteca aperta ventiquattr'ore su ventiquattro. Dal 15 maggio 2024, ore 21:00, fino alla notte tra il 25 e il 26 maggio.

Aspetta.

Il record precedente era di 200 ore. Lo aveva stabilito nel 2014 il DJ polacco Norberto Loco, al Temple Bar di Dublino. Duecento ore sembravano già un limite impossibile. Faber le ha superate con quarantaquattro ore di margine.

Ma c'è un dettaglio che cambia tutto.

L'obiettivo dichiarato era 240 ore — abbastanza per ba***re il record. Quando ci è arrivato, invece di fermarsi, ha deciso di continuare. Quattro ore in più. Perché il pubblico c'era ancora. Perché la musica girava ancora. Perché poteva.

Spoiler: ha usato circa 6.000 vinili. Senza ripetere mai la stessa traccia.

A certificarlo è arrivato da Londra il giudice ufficiale Guinness Lorenzo Veltri. Ha esaminato video, registri delle pause, documentazione. Ha consegnato il certificato la sera del 26 maggio 2024, intorno alle 23:00.

Un DJ di una cittadina piemontese da 17.000 abitanti, con sessanta anni sulle spalle e trent'anni di consolle, ha stabilito il record mondiale assoluto di DJ set continuo — superando di 44 ore il primato che durava da dieci anni.

In breve:
Faber Moreira, 59 anni, DJ di Saluzzo (Cuneo), ha mixato 244 ore consecutive nel maggio 2024: 10 giorni e 10 notti alla consolle.
Ha battuto di 44 ore il record mondiale di 200 ore del DJ polacco Norberto Loco (Dublino, 2014).
Solo 2 ore di pausa al giorno consentite dal Guinness. Ha usato 6.000 vinili senza ripetere una traccia.

Le prime 8 ore di lavoro in Italia non le ottennero gli operai delle fabbriche.Non fu Milano con le sue ciminiere. Non f...
13/05/2026

Le prime 8 ore di lavoro in Italia non le ottennero gli operai delle fabbriche.

Non fu Milano con le sue ciminiere. Non fu Torino con le sue officine. Fu Vercelli — e a conquistarle furono donne con i piedi nell'acqua gelida delle risaie.

Siamo nel 1906. Le mondine lavorano dall'alba al tramonto, 12 ore al giorno, chinate sulle piantine di riso, nell'acqua fino alle caviglie per settimane. La paga? Tra 1,10 e 1,40 lire al giorno. Il Regolamento del 1901 che avrebbe dovuto limitare a 9 ore la giornata veniva sistematicamente ignorato dai proprietari terrieri.

Il 31 maggio 1906 le mondine e i braccianti della risaia vercellese scioperano. Centinaia di persone convergono verso il centro città gridando "vogliamo le otto ore". La Camera del Lavoro, il municipio: le strade si riempiono.

Aspetta.

Il 1° giugno 1906 — il giorno dopo — una parte degli agrari cede. L'accordo è storico: 25 centesimi all'ora, giornata di 8 ore. Primo caso documentato in Italia, non solo per un'azienda singola, ma per un intero settore: tutta la risaia vercellese.

E qui arriva il bello.

Le grandi fabbriche del Nord — Ansaldo, Fiat, i colossi metallurgici — dovranno aspettare ancora 13 anni. Le 8 ore arriveranno per legge al settore industriale solo nel 1919, dopo il Biennio Rosso, dopo scioperi durissimi, dopo la Prima Guerra Mondiale.

Vercelli le aveva già nel 1906. Grazie a donne che lavoravano a piedi nudi nell'acqua.

Da quella data la città si guadagna il soprannome che porta ancora oggi: "città delle otto ore". Una targa davanti al Comune ricorda quel 1° giugno. E la canzone nata da quella stagione di lotte — "Se otto ore vi sembran poche" — è diventata l'inno del movimento operaio italiano.

Il progresso non nasce sempre dove te lo aspetti. A volte nasce in una risaia.

In breve:
Il 1° giugno 1906 Vercelli fu la prima città italiana a ottenere la giornata di 8 ore
A conquistarla furono le mondine, donne che lavoravano nelle risaie fino a 12 ore al giorno
Le grandi fabbriche del Nord dovettero aspettare fino al 1919

Un torinese nel 1880 scoprì il principio della fMRI con una bilancia e crani aperti.Nessuno lo ricorda. La prima scansio...
12/05/2026

Un torinese nel 1880 scoprì il principio della fMRI con una bilancia e crani aperti.

Nessuno lo ricorda. La prima scansione fMRI umana arrivò nel 1992. Ma il principio su cui si basa era già lì, scritto in un libro del 1882 da un fisiologo di Torino che nessuno cita.

Angelo Mosso lavorava all'Istituto di Fisiologia dell'Università di Torino. Aveva 33 anni quando ottenne la cattedra, nel 1879. Costruiva i suoi strumenti da solo. Uno di questi era un letto di legno diviso in due sezioni — testa e piedi — collegato a un chimografo, un tamburo rotante che tracciava graficamente ogni variazione.

Lo chiamò "bilancia della circolazione umana". Quando il soggetto ci si sdraiava, lo strumento misurava dove si spostava il peso del corpo.

Spoiler: il peso si spostava verso la testa.

Mosso fece coricare pazienti con il cranio esposto — per traumi o patologie preesistenti — sulla bilancia. Ogni volta che leggevano un testo difficile, ogni volta che provavano paura o agitazione, lo strumento registrava uno spostamento misurabile verso la testa. Il sangue affluiva al cervello in tempo reale, in modo proporzionale allo sforzo mentale.

Non era un'ipotesi. Era un dato. Registrato su carta da un tamburo che girava a velocità costante.

Mosso aveva appena dimostrato l'iperemia funzionale cerebrale: il cervello richiama sangue nelle zone che sta usando, e quella variazione è misurabile dall'esterno. È esattamente il principio del contrasto BOLD su cui si basa la fMRI — Blood-Oxygenation-Level-Dependent, la tecnica che permette oggi di vedere quali aree del cervello si attivano in tempo reale.

La prima fMRI umana fu eseguita nel 1992 da Seiji Ogawa e David Tank ai Bell Laboratories negli USA. Un traguardo tecnologico reale, con magneti da tonnellate e algoritmi sofisticati. Ma il fenomeno biologico che quella macchina misura — il sangue che si sposta dove il cervello lavora — lo aveva già documentato Mosso 110 anni prima, su un letto di legno, in un laboratorio di Torino.

Raichle, uno dei nomi fondativi delle neuroscienze moderne, lo ha citato esplicitamente nel 2009 su PNAS: la bilancia di Mosso è il primo caso documentato di neuroimaging funzionale della storia.

La ricerca fu pubblicata nel 1882 in tedesco: "Über den Kreislauf des Blutes im menschlichen Gehirn". Poi rimase ferma lì per un secolo.

Un italiano, a Torino, con un letto di legno e un tamburo rotante, aveva già risposto alla domanda. Ci sono voluti 110 anni e miliardi di dollari per arrivarci di nuovo.

In breve:
Nel 1880, Angelo Mosso misurò in tempo reale il flusso di sangue al cervello con una bilancia di legno e un chimografo, su pazienti con il cranio esposto.
Aveva scoperto l'iperemia funzionale cerebrale: il principio esatto su cui si basa la fMRI moderna.
La prima fMRI umana arrivò nel 1992 — 110 anni dopo. La ricerca di Mosso era ferma in un libro del 1882.

03/05/2026

Un orefice autodidatta di Piossasco, paese di 3.000 anime nel Torinese, accese una lampadina che durava 500 ore — contro le 40 di Thomas Edison.

Nessuno lo sa.

Siamo al 4 marzo 1880. Alessandro Cruto, orefice senza laurea e senza finanziatori, entra nel laboratorio di fisica dell'Università di Torino. Porta con sé un filamento di carbonio puro depositato su un filo di platino sottilissimo. Lo accende. Regge.

Non 40 ore. Non 100. Cinquecento.

La Gazzetta Piemontese dell'epoca registrò una media di 800 ore in alcune misurazioni successive. La luce era bianca, stabile, senza lo sfarfallio giallastro della lampada americana. Il confronto pubblico, tenuto alla fine del 1881, non lasciava dubbi tecnici.

Eppure il nome che è rimasto nella storia non è il suo.

Cruto aprì una fabbrica ad Alpignano, sempre nel Torinese. Da lì uscirono le lampadine che illuminarono intere città italiane. Era un sistema industriale funzionante, costruito da zero da un artigiano del Piemonte che aveva imparato la chimica da autodidatta.

Aspetta. Perché allora Edison ha vinto?

Perché Edison aveva i brevetti industriali. Non il filamento migliore — i brevetti. La capacità di bloccare legalmente la concorrenza su scala globale era un'arma che Cruto, con la sua officina piemontese, non poteva contrastare. La storia della tecnologia è anche la storia di chi controlla i diritti, non solo di chi trova le soluzioni.

Nel 1927 la fabbrica di Alpignano fu acquistata dalla Philips. L'azienda olandese la usò per decenni. Il nome Cruto sparì dai libri di testo, dai musei della scienza, dalle enciclopedie popolari.

Oggi ad Alpignano esiste l'Ecomuseo Cruto, dedicato alla sua storia. Poche persone ci vanno. Meno ancora sanno chi fosse.

Edison inventò la lampadina. Cruto ne inventò una migliore — e vinse Edison lo stesso.

In breve:
Alessandro Cruto, orefice autodidatta di Piossasco (TO), accese il 4 marzo 1880 una lampadina da 500 ore — contro le 40 di Edison
Il suo filamento di carbonio puro su platino produceva luce bianca e stabile, superiore tecnicamente a quella americana
I brevetti industriali di Edison oscurarono Cruto: la sua fabbrica di Alpignano fu venduta alla Philips nel 1927, il suo nome sparì dalla storia

La città che conosci per il riso e le risaie, il 10 luglio 1243, firmò un documento che nessun altro Comune italiano ave...
02/05/2026

La città che conosci per il riso e le risaie, il 10 luglio 1243, firmò un documento che nessun altro Comune italiano aveva mai osato scrivere.

Nessun obbligo di residenza. Nessun omaggio personale. Nessuna 'maltolletta'. Tutti i servi rustici del territorio di Vercelli: liberi.

Siamo nel Duecento. Il Medioevo nel pieno della sua forma. In tutta Europa la servitù della gleba è la norma, l'aria che si respira, il fondamento su cui regge l'economia agricola. Il servo non si sposta senza permesso, non sceglie dove vivere, deve al signore prestazioni che non ha mai deciso di accettare.

Vercelli decide che non funziona più così.

Il Comune approva la legge il 10 luglio 1243. Non è una concessione graduale, non è una riduzione degli obblighi. È un'abolizione in massa: tutti i servi rustici del districtus comunale ottengono l'affrancamento in un colpo solo.

Aspetta, però. Perché c'è un dettaglio che dice tutto sulla natura di quell'atto.

Il beneficio era negato a chi si fosse ribellato al governo della città. Liberazione sì — ma dentro le regole del Comune. Era un gesto politico oltre che umanitario: il Comune usava la libertà come strumento di fedeltà, costruiva consenso con un'abolizione. Furbo, no.

Per confronto: la Russia abolisce la servitù della gleba nel 1861. La Francia ci arriva nel 1789 con la Rivoluzione. La Prussia nel 1807. Vercelli lo fa nel 1243 — quasi sei secoli prima che il resto d'Europa cominciasse a discuterne seriamente.

Non Firenze. Non Venezia. Non Milano. Vercelli.

La città del riso era, nel Duecento, avanti a tutti.

In breve:
Il 10 luglio 1243 Vercelli abolì la servitù della gleba per tutti i servi rustici del territorio
Prima abolizione in massa in tutta Italia, quasi sei secoli prima che il resto d'Europa ne discutesse
Il beneficio era negato a chi si fosse ribellato al Comune — liberazione sì, ma con una mossa politica precisa

Sotto le Alpi cuneesi c'è una batteria da 1.200 MW nascosta nella roccia.Non è fantascienza. Non è un prototipo. È opera...
01/05/2026

Sotto le Alpi cuneesi c'è una batteria da 1.200 MW nascosta nella roccia.

Non è fantascienza. Non è un prototipo. È operativa da decenni, a pochi chilometri da Cuneo, e la maggior parte degli italiani non sa che esiste.

Si chiama centrale idroelettrica Luigi Einaudi. Sta dentro una montagna di Entracque, nelle Alpi Marittime, e per arrivarci i tecnici prendono un trenino elettrico che attraversa le viscere della roccia.

Il meccanismo è brutalmente semplice: due laghi artificiali, uno a 2.000 metri di quota (il Chiotas), uno a 1.000 metri (la diga della Piastra). In mezzo, un dislivello netto di 1.000 metri — più di tre ore di cammino in verticale.

Di notte, quando la rete elettrica è scarica, l'acqua viene p***ata dal lago basso a quello alto. Di giorno, nei momenti di picco, la si lascia cadere. Quella caduta genera 1.200 MW di potenza installata.

Per capire la scala: 1.200 MW è la potenza di una centrale nucleare. Prodotta da acqua che rotola giù per un chilometro di dislivello alpino.

La galleria di derivazione del Chiotas scarica 128.000 litri al secondo — 640 volte la portata di un rubinetto domestico. I due bacini contengono insieme 42 milioni di metri cubi d'acqua. Per costruire solo la diga del Chiotas servirono 360.000 metri cubi di calcestruzzo.

Il risultato alimenta circa 160.000 famiglie l'anno, con 430 GWh di produzione media annua. E quando le rinnovabili non programmabili — solare, eolico — producono troppo o troppo poco, è questa montagna cuneese a stabilizzare la rete nazionale.

È anche visitabile: prenotando, si entra in trenino dentro l'impianto sotterraneo, tra turbine Francis, alternatori e valvole rotative grandi come palazzi.

L'Italia ha nascosto una centrale nucleare dentro una montagna delle Alpi. L'ha fatta con l'acqua.

In breve:
La centrale Luigi Einaudi di Entracque (Cuneo) è la più potente d'Italia con 1.200 MW installati.
Funziona come una batteria: p***a acqua in quota di notte, la fa cadere per generare energia di giorno, sfruttando 1.000 m di dislivello tra due laghi alpini.
La sala macchine è scavata dentro la montagna ed è visitabile in trenino elettrico su prenotazione.

Quel simbolo di Torino fu per 19 anni la struttura in muratura più alta del mondo — e quasi nessuno lo sa.Non un grattac...
28/04/2026

Quel simbolo di Torino fu per 19 anni la struttura in muratura più alta del mondo — e quasi nessuno lo sa.

Non un grattacielo di acciaio. Non una torre moderna. Mattoni. 167,5 metri di mattoni impilati senza un'armatura in acciaio, senza travi, senza supporti metallici. Solo muratura piena, spinta verso l'alto da un architetto che aveva deciso di non fermarsi più.

Siamo a Torino, 1863. La Comunità Israelita torinese vuole una sinagoga e ingaggia Alessandro Antonelli. Il progetto iniziale prevede 47 metri di altezza — una dimensione ragionevole, contenuta, rispettosa del budget. Antonelli accetta, annuisce, e poi comincia ad alzare.

Prima 47 metri diventano 113. Poi 113 diventano qualcosa che la Comunità non aveva né ordinato né voluto pagare. I costi esplodono, i finanziamenti si fermano, e nel mezzo del cantiere il Comune di Torino compra tutto — il progetto, i debiti, l'ambizione di un uomo che non sapeva fermarsi.

Il 10 aprile 1889, la Mole Antonelliana viene inaugurata a 167,5 metri. È la struttura in muratura più alta del mondo. Non d'Europa — del mondo intero. Nessuna costruzione in mattoni aveva mai raggiunto quell'altezza. In cima, una stella a 12 punte di 2,4 metri di diametro.

Aspetta. Dieci giorni dopo l'inaugurazione della Mole, a Parigi apre la Torre Eiffel. Ma quella è in ferro battuto — un gioco diverso, un materiale diverso, una categoria diversa. Nel confronto tra strutture in muratura, Torino era sola al mondo.

Il record resse 19 anni. Lo scalzò nel 1908 il Philadelphia City Hall, negli Stati Uniti. Vent'anni di mattoni torinesi in cima al mondo, poi silenzio — e nessuno ne ha più parlato.

La sinagoga che non fu mai sinagoga, il record che nessuno ricorda, i 167,5 metri che ancora oggi si vedono dall'autostrada: la Mole Antonelliana non è solo un museo del cinema. È la prova che Torino, per quasi due decenni, aveva costruito la cosa più alta del mondo — a mani n**e.

In breve:
La Mole Antonelliana (167,5 m) fu dal 1889 la struttura in muratura più alta del mondo
Nacque come sinagoga commissionata dalla Comunità Israelita torinese nel 1863, ma il Comune la rilevò a metà costruzione
Il record durò 19 anni: nel 1908 il Philadelphia City Hall la superò

La Moka non nasce da un ingegnere. Nasce da una lavatrice.Quell'oggetto che hai sul fuoco stamattina — quello che fa il ...
26/04/2026

La Moka non nasce da un ingegnere. Nasce da una lavatrice.

Quell'oggetto che hai sul fuoco stamattina — quello che fa il gorgoglio — non è il frutto di un laboratorio svizzero o di un brevetto tedesco. È il frutto di un tizio che guardava la moglie fare il bucato.

Siamo nel 1933. Alfonso Bialetti vive a Crusinallo, una frazione di Omegna sul lago d'Orta, provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Non è un ingegnere. Non è un chimico. È un artigiano dell'alluminio che un giorno osserva la lisciveuse — un'antica lavatrice a ebollizione che le lavandaie usavano per il bucato.

Il meccanismo è semplice: l'acqua calda sale dal basso attraverso un tubo centrale, attraversa i panni intrisi di liscivia, e ricade su se stessa. Bialetti ci mette un secondo a pensarlo. Se funziona per i panni, può funzionare per il caffè.

Non è un'intuizione da genio solitario. È la cosa più italiana che esista: prendere qualcosa che già funziona e farlo funzionare meglio, in cucina, con quello che hai.

Brevetta il progetto insieme all'inventore Luigi De Ponti. Sceglie l'alluminio — leggero, resistente, e con una caratteristica che i chimici spiegano dopo: con il tempo forma un deposito interno che migliora il sapore del caffè. Ogni moka usata è letteralmente calibrata sul palato di chi la possiede.

Nel 1954 il figlio Renato apre la fabbrica vera a Crusinallo: 750 operai, 4 milioni di esemplari all'anno. È Renato che inventa anche l'omino coi baffi — l'Omino Bialetti — disegnato insieme al fumettista Paul Campani. Diventa uno dei loghi più riconoscibili della storia del design italiano.

Oggi la Moka Express è nella collezione permanente del MoMA di New York. Esportata in oltre 80 paesi. Venduta in oltre 330 milioni di esemplari.

L'oggetto di design italiano più venduto della storia non nasce dalla Silicon Valley del caffè. Nasce da una lavandaia sul lago d'Orta.

In breve:
Alfonso Bialetti copiò il meccanismo della lisciveuse — lavatrice delle lavandaie — per inventare la Moka nel 1933 a Omegna, lago d'Orta
Il brevetto fu firmato con Luigi De Ponti; l'alluminio scelto forma col tempo un deposito che migliora il caffè ad ogni utilizzo
330 milioni di esemplari venduti, collezione permanente al MoMA di New York: l'oggetto di design italiano più diffuso al mondo

Indirizzo

Cuneo
12100

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