15/10/2026
📍C'è un paese giapponese che divide la spazzatura in 45 tipi. E nessun camion passa mai a raccoglierla.
Si chiama Kamikatsu. È un villaggio di montagna nell'isola di Shikoku, nella prefettura di Tokushima: case sparse tra foreste di cedri e terrazze coltivate, poco più di mille abitanti, molti dei quali anziani.
Lì non esiste il cassonetto sotto casa. Non esiste il camion che passa al mattino. Ogni famiglia lava i suoi rifiuti, li asciuga, li separa, e poi li porta di persona al centro di raccolta del paese.
Dove li divide in 45 categorie.
Non "carta, plastica, vetro". Quarantacinque. Le lattine d'alluminio da una parte, quelle d'acciaio dall'altra. Le bottiglie di vetro trasparente, quelle marroni, quelle di altri colori. I tappi a parte. La carta di giornale, quella delle riviste, i cartoni del latte, i cartoncini. Le bacchette di legno usa e getta. E così via, contenitore dopo contenitore, ognuno con il suo cartello e, spesso, con scritto quanto costa riciclare quella cosa, o quanto il paese ci guadagna.
Detta così, sembra la fissazione di un paese di maniaci dell'ordine.
La storia vera è un'altra, ed è molto più umana.
Fino agli anni Novanta, a Kamikatsu, i rifiuti si bruciavano all'aperto, in una buca. Poi il paese comprò dei piccoli inceneritori. Ma arrivarono le nuove leggi sulle diossine, gli inceneritori dovettero chiudere, e un villaggio così piccolo non poteva permettersi un impianto moderno, né pagare per spedire tutti i suoi rifiuti lontano.
Era una questione di soldi. E di non avere scelta.
Così, nel 2003, Kamikatsu fece una cosa che nessun comune giapponese aveva mai fatto prima. Dichiarò ufficialmente l'obiettivo "rifiuti zero". Non per moda. Per sopravvivere.
E gli abitanti, molti dei quali avevano settanta e ottant'anni, impararono a separare i loro rifiuti in decine di categorie. All'inizio con fatica, lamentele, discussioni. Poi, piano piano, diventò un'abitudine. Oggi il paese ricicla intorno all'80 per cento di quello che produce.
Ma la parte che mi ha toccata di più non sono i numeri.
Accanto al centro di raccolta c'è un piccolo negozio. Si chiama kuru-kuru, una parola che in giapponese suona come qualcosa che gira, che torna. Lì puoi lasciare le cose che non usi più ma che sono ancora buone: piatti, vestiti, giocattoli, vasi, libri. E chiunque può prenderle. Gratis. Le cose passano di casa in casa invece di finire nei rifiuti.
E poco lontano c'è un laboratorio dove alcune signore del paese prendono vecchi kimono, vecchie bandiere di stoffa, tessuti che nessuno vuole più, e li trasformano in borse, cuscini, oggetti nuovi.
Il centro di raccolta stesso, ricostruito qualche anno fa, ha una parete fatta di vecchie finestre recuperate dalle case abbandonate della zona. Anche l'edificio dove finiscono le cose che non servono più è fatto di cose che non servivano più.
A Kamikatsu, l'idea di fondo è che quasi niente sia davvero da buttare. Che quasi tutto, se qualcuno ci mette un minimo di cura, possa avere una seconda vita.
E ripensandoci, quell'idea non riguarda solo i barattoli.
Noi viviamo in un mondo che butta via in fretta. Gli oggetti, certo. Ma non solo. Butta via le persone quando sembrano non servire più. Chi va in pensione, chi si ammala, chi rallenta, chi non è più giovane. Butta via le amicizie che richiedono fatica. Butta via le parti di sé che non funzionano come prima. Le guarda e decide: questo è da scartare.
Kamikatsu è un paese che stava per essere scartato. Piccolo, vecchio, lontano da tutto, senza soldi. E invece è diventato un luogo che studiosi e visitatori vengono a vedere da molti Paesi. Ce l'ha fatta grazie a persone anziane che hanno deciso di imparare una cosa nuova a ottant'anni, e a un'idea semplice: prima di buttare, guarda meglio.
Mi capita, certe volte, di sentirmi come una di quelle cose messe da parte. Un periodo in cui non rendo, una stagione in cui mi sembra di non servire a molto. In quei giorni mi piace pensare a quel negozietto in montagna, dove un piatto che qualcuno non voleva più trova una nuova tavola.
Quasi niente è davvero da buttare. Anche quello che il mondo ha deciso di scartare, nelle mani giuste, può ricominciare a girare.
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