05/05/2026
Una settimana alla Cecinella, al Parco i Pini
Quando i Bardi partivano da Firenze, sembrava sempre di assistere a un piccolo trasloco sentimentale.
Il babbo Andrea caricava in macchina mezza casa “per sicurezza”, la mamma Chiara infilava nelle borse costumi, libri, creme solari e biscotti fatti in casa, mentre i due figli, Tommaso e Ginevra, discutevano già dal viadotto dell’Indiano su chi avrebbe scelto il primo gelato della vacanza. Anche la nonna Luciana veniva quasi sempre con loro, perché, diceva, “il mare fa bene alle ossa e ancor di più all’umore”.
La destinazione era una soltanto, da anni: la Cecinella, e in particolare il loro amato Parco i Pini, quel posto che per loro non era solo un ritrovo, ma una specie di rituale estivo, un paese dell’anima dove ogni estate ritrovava il suo ritmo.
Appena arrivati, c’era sempre lo stesso profumo ad accoglierli: pini scaldati dal sole, salsedine portata dal vento e quell’odore di vacanza che nessuno riesce mai a spiegare davvero. La loro casetta, in paese, era semplice, fresca, piena di ombre buone nel pomeriggio, e bastavano pochi minuti perché Firenze sembrasse lontanissima: addio clacson, addio tramvia, addio corse. Perfino Andrea, che in città parlava sempre in fretta e guardava continuamente l’orologio, rallentava. Metteva i sandali, si sedeva un momento sotto il portico e diceva ogni volta la stessa frase:
“Ecco, ora si ragiona.”
Le giornate scorrevano come acqua chiara. La mattina si andava al mare attraversando la pineta, con le cicale che facevano da colonna sonora e i bambini che correvano avanti coi secchielli in mano. Tommaso voleva costruire fortezze enormi che il mare puntualmente si mangiava, Ginevra raccoglieva conchiglie convinta ogni anno di trovare “quella perfetta”, Chiara leggeva poche pagine e poi finiva sempre per chiudere il libro e guardare l’orizzonte. Andrea faceva il bagno presto, quasi con disciplina, come se fosse un appuntamento importante, mentre la nonna restava sotto l’ombrellone a commentare l’umanità intera: famiglie, passeggini, materassini, racchettoni e amori estivi.
Ma il bello cominciava davvero al rientro, quando il sole si abbassava e il Parco I Pini si riempiva di voci, lucine e promesse serali.
La prima tappa, quasi sacra, era spesso la pizzeria di Adriano.
Lì i Bardi avevano i loro ruoli ben definiti: Andrea ordinava una capricciosa “ben cotta”, Chiara sceglieva ogni volta qualcosa di diverso ma poi finiva per rubare uno spicchio dal piatto del marito, Tommaso pretendeva la wurstel e patatine senza alcun senso di colpa, e Ginevra voleva la margherita “con tanta mozzarella che fila”. La nonna, che diceva di volere solo qualcosa di leggero, finiva regolarmente davanti a una pizza ai frutti di mare e a un bicchiere di bianco fresco.
Seduti ai tavoli all’aperto, con i bambini ancora spettinati dal mare e la pelle tiepida di sole, tutto aveva un sapore più buono. Le risate degli altri villeggianti si mescolavano al rumore dei piatti, e per Chiara era quello il momento esatto in cui capiva di essere davvero in ferie.
Subito dopo arrivava il rito più atteso dai ragazzi: la friggitoria di Dino “Nonna Papera”, con i suoi frati e bomboloni.
L’odore arrivava da lontano e non lasciava scampo. Tommaso lo fiutava come un segugio, Ginevra iniziava a saltellare prima ancora di vedere il banco illuminato. I frati, dorati e caldi, passati nello zucchero, sparivano in pochi secondi; i bomboloni, gonfi e generosi, venivano scelti con estrema serietà: crema per la mamma, cioccolato per Tommaso, marmellata per la nonna, zucchero semplice per Chiara che poi, inevitabilmente, dava un morso anche a tutti gli altri. Andrea sosteneva di prenderne uno “da dividere”, ma nessuno gli aveva mai creduto.
Più tardi, mentre i bambini andavano a giocare o a rincorrersi con gli amici conosciuti lì, gli adulti si concedevano una sosta al lounge bar di Ilaria.
Era il luogo della sera morbida, delle chiacchiere lente, dei bicchieri appannati e della musica che , suffusamente, mai invadente, ti coccolava. Andrea ordinava spesso uno spritz, Chiara un molito o un analcolico alla frutta, la nonna una cedrata con ghiaccio che difendeva con orgoglio come se fosse un cocktail d’autore. Seduti lì, guardando la gente passeggiare, sentivano di essere parte di una piccola comunità estiva che si ritrovava anno dopo anno: facce note, saluti, bambini cresciuti di colpo, racconti di inverni passati lontani dal mare. Per non parlare delle serate di Karaoke dove si alternavano ai microfoni novelli Fedez a disastrosi, ma divertenti, inascoltabili.
Ma il cuore pulsante delle serate era senza dubbio il dancing di Alessandro ed Enrico con il suo calendario che cambiava musica e atmosfera a seconda del giorno, come se ogni sera avesse un’anima diversa.
Il mercoledì era la festa degli anni ’80 e ’90.
Per Tommaso e Ginevra era quasi comico vedere i genitori trasformarsi. Bastavano le prime note giuste e Andrea cominciava a muoversi con una sicurezza sospetta, mentre Chiara cantava a memoria canzoni che durante l’anno diceva di non ascoltare mai. Si rideva molto, si ballava peggio, si facevano amicizie in fila al bar e tutti, per qualche ora, si sentivano più leggeri. La nonna restava seduta a osservare, ma con il piede che batteva il tempo sotto la sedia.
Il giovedì era serata dj set.
L’atmosfera cambiava: luci più vive, ragazzi più eleganti, energia diversa. Tommaso, che si sentiva già grande, guardava la consolle come si guarda un’astronave. Ginevra ballava senza regole, inventandosi coreografie tutte sue. Andrea e Chiara restavano un po’ in disparte all’inizio, ma poi finivano sempre in pista, trascinati dalla contentezza generale. Era una serata moderna, piena di battiti e risate, in cui perfino la pineta pareva vibrare.
Il venerdì arrivavano i favolosi anni ’60.
E quella era la serata preferita della nonna Luciana. Appena partivano le canzoni della sua giovinezza, i suoi occhi cambiavano luce. Raccontava di quando si ballava nelle balere, dei vestiti a pois, delle estati di una volta, dei fidanzamenti nati durante una canzone lenta. I nipoti l’ascoltavano a metà, distratti dalla musica, ma Andrea e Chiara sapevano che in quelle serate la madre tornava ragazza. E quando qualcuno la invitava a ballare, lei si alzava con una dignità allegra che commuoveva tutti.
Il sabato era dedicato al liscio.
E lì la Cecinella cambiava faccia ancora una volta. Le coppie più esperte si prendevano la pista con eleganza naturale; c’erano passi misurati, giri precisi, mani posate con rispetto. Andrea, che all’inizio di ogni vacanza giurava di non saper ballare, si lasciava convincere da Chiara e finiva per cavarsela. Ridevano molto, sbagliavano i tempi, ma si guardavano con quella complicità che nelle settimane normali, tra lavoro, scuola e traffico, restava spesso nascosta. Il liscio aveva questo potere: riportare ordine e tenerezza, come se ogni coppia ricordasse per qualche minuto perché aveva iniziato a camminare insieme.
La domenica, invece, esplodeva il latino americano.
Colori, ritmo, applausi, passi veloci. Era la sera più calda, la più piena, la più travolgente. Ginevra ne era incantata: guardava le ballerine come si guardano le regine. Tommaso provava a imitare i più grandi con risultati disastrosi ma pieni d’entusiasmo. Chiara si lasciava trascinare dalla musica con facilità, Andrea faceva del suo meglio per starle dietro, e la nonna decretava ogni volta che “questi balli nuovi sono faticosi ma belli da vedere”.
E poi c’era l’altro grande appuntamento settimanale, quello che trasformava il villaggio in una piccola festa di paese: lo spazio delle sagre enogastronomiche, dove, settimana dopo settimana, si alternavano eventi organizzati da associazioni diverse.
Per i Bardi era impossibile saltarle. Ogni sagra portava profumi nuovi, tavolate rumorose, piatti della tradizione, vino versato con generosità, volontari indaffarati e quell’atmosfera genuina che sa di comunità vera. Una settimana poteva esserci una festa dedicata al pesce, un’altra ai prodotti toscani, un’altra ancora ai sapori dell’entroterra. Andrea amava scoprire i piatti più rustici, Chiara cercava i sapori autentici, la nonna commentava tutto come una severa giudice culinaria, mentre i ragazzi correvano tra gli stand con gli occhi pieni di meraviglia. Non era solo mangiare: era partecipare, ascoltare accenti diversi, vedere persone lavorare insieme per far riuscire bene una serata.
Così passavano i giorni della loro vacanza tipo: mare al mattino, riposo nelle ore più calde, passeggiate nel verde, cene semplici e felici, musica diversa ogni sera, dolci fritti mangiati con le dita appiccicose di zucchero, incontri casuali che sembravano amicizie di sempre.
E ogni volta, verso la fine della settimana, arrivava puntuale una specie di malinconia dolce.
La sera prima della partenza, i Bardi facevano sempre un ultimo giro completo del Parco i Pini. Guardavano la pizzeria ancora piena, respiravano un’ultima volta il profumo dei bomboloni della friggitoria, si fermavano al lounge bar per un saluto silenzioso alla vacanza, ascoltavano da lontano la musica del dancing e sbirciavano le luci della sagra in corso. I bambini, stanchi e felici, promettevano di tornare l’anno dopo; i grandi non lo dicevano troppo forte, ma lo pensavano con la stessa intensità.
Quando poi ripartivano per Firenze, con un po’ di sabbia ancora in macchina e i pini che si allontanavano nello specchietto, nessuno parlava per qualche minuto.
Era come uscire da una parentesi gentile.
Poi, di solito, era la nonna a rompere il silenzio:
“Insomma, anche quest’anno s’è stati male il giusto.”
E tutti ridevano, perché nella lingua affettuosamente ironica delle famiglie toscane voleva dire una cosa sola:
che alla Cecinella, al Parco i Pini, erano stati benissimo.
Così bene da portarsene addosso il sale, la musica e la felicità per mesi.