21/08/2026
IL MONDO DEI BAMBINI È UN MONDO MERAVIGLIOSO
Oggi la nostra lezione sulle emozioni è iniziata in un modo un po’ diverso dal solito.
Ogni bambino ha scelto un peluche. Anche io, come maestra, ne ho scelto uno.
Poi abbiamo dato un nome a ciascun peluche e abbiamo fatto una cosa molto semplice, ma per niente scontata: abbiamo chiesto ai bambini di immaginare che quel peluche fosse davvero un animale vivo. Non un giocattolo, ma un piccolo essere vivente, con un corpo, dei pensieri e soprattutto dei sentimenti.
La prima domanda è stata:
«Come sta il tuo peluche?»
E qui è successo qualcosa che non avevo programmato.
La sera precedente c’era stato un forte temporale e i bambini avevano vissuto quella situazione con un po’ di paura e di tristezza.
E quella paura, quasi naturalmente, è passata nei loro peluche.
I loro peluche erano stati spaventati.
E poi erano diventati tristi.
In realtà, quindi, la tristezza non doveva essere necessariamente il tema della nostra attività.
Sono stati i bambini, attraverso i loro peluche, a portarci lì.
Era come se quei piccoli animali avessero vissuto la tempesta insieme a loro, fossero rimasti soli, avessero avuto paura e adesso avessero bisogno di essere ascoltati.
E da quel momento è nata una conversazione.
Abbiamo cominciato chiedendo:
«Come fai a capire quando qualcuno è triste?»
Le loro risposte sono state:
Beatrice, 6 anni: «Quando piangono.»
Giulia, 7 anni: «Dalla faccia non felice.»
Mabelle, 9 anni: «Quando non vuole giocare con me, quando se ne va, quando non ti guarda negli occhi.»
Nicole, 6 anni: «Quando fa la faccia triste.»
Federico, 2 anni e mezzo: «Quando sono triste piango come Duccio.»
Poi abbiamo fatto una domanda ancora più importante:
«Quando sei triste, cosa vorresti che facesse qualcuno per aiutarti?»
E qui abbiamo scoperto qualcosa di bellissimo.
Non tutti abbiamo bisogno della stessa cosa quando siamo tristi.
Sara, 7 anni: «Vado in un angolino e mi metto a piangere.»
Bea, 6 anni: «Quando sono triste vorrei stare un po’ da sola.»
Elodie, 5 anni: «Se sono triste cammino da sola per casa e piango.»
Giulia, 7 anni: «Quando sono triste vorrei che Sara mi rendesse felice.»
Jacopo, 5 anni: «Se sono triste vorrei che mi comprassero un gioco per tornare felice.»
Mabel, 9 anni: «Quando sono triste voglio che mamma venga a farmi il solletico per farmi tornare felice.»
Nicole, 6 anni: «Quando sono triste vorrei ricevere un abbraccio.»
Federico, 2 anni e mezzo: «Quando sono triste vorrei guidare un volante per essere felice.»
Sofia, 5 anni: «Io vorrei ricevere un abbraccio e stare un po’ da sola.»
Sara, 7 anni: «Vorrei essere coccolata quando sono triste.»
E poi abbiamo cambiato prospettiva.
«Se invece è triste qualcuno a cui vuoi bene, cosa fai?»
Ed è stato interessante vedere come ognuno abbia cercato, a modo proprio, di prendersi cura dell’altro.
Elodie, 5 anni: «Se la mia mamma è triste vado sul divano e la lascio in pace.»
Jacopo, 5 anni: «Se la mia mamma è triste le vado a comprare un regalo con papà.»
Mabel, 9 anni: «Se mamma è triste le do un abbraccio e le chiedo se ha bisogno di qualcosa e le porto un bicchiere d’acqua.»
Nicole, 6 anni: «Se papà è triste vado con mamma a prendergli qualcosa per farlo felice.»
Federico, 2 anni e mezzo: «Quando mamma è triste le faccio il solletico.»
Sofia, 5 anni: «Se papà è triste gli do un forte abbraccio e un bacino.»
Sara, 7 anni: «Quando mamma è triste l’abbraccio e le do qualcosa da bere.»
«Se papà è triste lo abbraccio, chiacchiero un po’ con lui e gli do un pacchetto di patatine perché le adora.»
«Se Giulia è triste la coccolo e le do la Nutella.»
Giulia, 7 anni: «Se Sara fosse triste la farei tornare felice.»
Ed è proprio qui che la nostra conversazione è diventata interessante.
Perché noi adulti, molto spesso, pensiamo di sapere già cosa serve a un bambino quando è triste.
Un abbraccio.
Un bacio.
Una carezza.
Una coccola.
Qualcosa per farlo sorridere.
Ma oggi sono stati proprio i bambini a ricordarci che non funziona così per tutti.
C’è chi, quando è triste, vuole un abbraccio.
C’è chi vuole essere coccolato.
C’è chi vuole la mamma vicina.
Ma c’è anche chi vuole andare in un angolino e piangere.
Chi vuole camminare da solo per casa.
Chi vuole stare un po’ da solo e magari, solo dopo, ricevere quell’abbraccio.
E questa cosa è particolarmente interessante perché spesso i bambini ci hanno mostrato di fare agli altri ciò che loro stessi vorrebbero ricevere.
Elodie, quando è triste, vuole stare da sola e infatti, quando la mamma è triste, pensa che anche lei abbia bisogno di stare un po’ in pace sul divano.
Mabel, quando è triste, vuole il solletico della mamma. Ma quando è la mamma a essere triste, non le fa semplicemente il solletico: la abbraccia, le chiede di cosa abbia bisogno e le porta anche un bicchiere d’acqua.
C’è chi vorrebbe essere coccolato e, quando vede triste il proprio genitore, risponde con un abbraccio e un bacio.
C’è chi, quando è triste, piange in un angolino, ma quando vede stare male mamma o papà cerca di fare qualcosa per loro: un abbraccio, qualcosa da bere, un pacchetto di patatine perché sanno che gli piace.
E poi c’è chi, per tornare felice, ha bisogno della propria sorella.
E quando è la sorella a essere triste, fa di tutto per farla tornare felice.
Sono risposte semplici, a volte buffe, a volte tenerissime.
Ma dentro queste risposte c’è già un mondo.
C’è il modo personale che ognuno di loro ha di vivere la tristezza.
C’è il bisogno di essere accolti.
C’è il bisogno di essere lasciati in pace.
C’è il desiderio di qualcuno che ci aiuti a tornare felici.
E soprattutto c’è una prima, importantissima forma di empatia: capire che l’altro può avere bisogno di qualcosa di diverso da quello di cui avrei bisogno io.
Forse è questa la cosa più bella che ci hanno insegnato oggi.
Quando qualcuno è triste, non dobbiamo sempre cercare di farlo tornare felice.
A volte dobbiamo abbracciarlo.
A volte dobbiamo ascoltarlo.
A volte dobbiamo portargli un bicchiere d’acqua.
A volte dobbiamo semplicemente sederci accanto a lui.
E a volte dobbiamo avere la capacità di dire:
«Va bene. Ti lascio un po’ da solo. Quando vorrai, io ci sono.»
Dopo questa lunga chiacchierata, abbiamo lasciato che fossero ancora una volta loro a raccontare ciò che avevano dentro.
Abbiamo dato loro dei fogli e dei colori, senza indicare cosa dovessero disegnare.
Nessuna consegna precisa.
Nessun disegno da copiare.
Solo la possibilità di trasformare in immagini quello che avevano appena vissuto, pensato e raccontato.
E così sono nati i loro disegni.
Perché quando lasciamo ai bambini lo spazio per esprimersi, spesso ci raccontano molto più di quanto immaginiamo.
Il mondo dei bambini è davvero un mondo meraviglioso.