15/06/2026
Matese & Climate Change 4 edizione 13 e 14 giugno 2026 - Piedimonte Matese.
Due giorni intensi, per parlare di cambiamenti climatici nel territorio del Matese e non solo.
Presenti all'evento con Associazione Fotografica "Elvira Puorto" al fianco di "Fondazione San Bonaventura" e "Biblioteca Diocesana San Tommaso d'Aquino" perché per noi la fotografia ha un ruolo fondamentale nel raccontare il cambiamento climatico, perché trasforma un fenomeno spesso percepito come lontano, tecnico o astratto, in qualcosa di visibile, concreto e umano.
Il cambiamento climatico non è fatto solo di numeri, grafici e statistiche. È fatto di territori che cambiano, boschi che bruciano, fiumi e laghi in secca, campagne impoverite, montagne senza neve, coste erose, animali che perdono il loro habitat e comunità costrette ad adattarsi. La fotografia ha la capacità di fermare questi segni e renderli testimonianza.
Una fotografia può diventare documento.
Mostra ciò che sta accadendo in un determinato luogo e in un determinato momento. Se ripetuta nel tempo, permette di confrontare il prima e il dopo: un ghiacciaio che si ritira, un lago che si prosciuga, un paesaggio agricolo modificato dalla siccità, un borgo colpito da eventi meteorologici estremi.
In questo senso, la fotografia non è solo arte. È anche memoria, archivio e denuncia.
I dati scientifici spiegano il problema, ma spesso non riescono a coinvolgere emotivamente le persone. La fotografia, invece, arriva in modo diretto. Colpisce lo sguardo prima ancora della ragione.
Uno scatto ben costruito può far percepire la fragilità di un territorio molto più di un lungo discorso. Può mostrare la solitudine di un albero secco, la forza distruttiva di un incendio, la bellezza minacciata di un paesaggio, la fatica di chi vive in aree interne sempre più esposte a caldo, abbandono e dissesto.
La fotografia diventa quindi un ponte tra conoscenza e coscienza.
Chi fotografa, non deve limitarsi a cercare immagini spettacolari o drammatiche. Il rischio è trasformare la sofferenza del territorio in semplice estetica del disastro.
Il fotografo ha una responsabilità: raccontare con verità, rispetto e profondità. Non deve solo mostrare la catastrofe, ma anche le cause, le conseguenze e le possibili risposte. Deve fotografare il problema, ma anche la resilienza: comunità che resistono, agricoltori che cambiano pratiche, giovani che tornano nei borghi, territori che cercano nuovi equilibri.
Nelle aree interne, la fotografia può avere un valore ancora più forte. Questi luoghi sono spesso i primi a subire gli effetti del cambiamento climatico: dissesto idrogeologico, siccità, spopolamento, perdita di biodiversità, fragilità agricola.
Fotografare in questi luoghi significa documentare un patrimonio fragile, ma anche mostrare che questi territori non sono marginali. Sono sentinelle del cambiamento. Quello che accade lì anticipa spesso problemi che riguarderanno tutti.
La fotografia testimonia il cambiamento climatico perché rende visibile ciò che rischiamo di ignorare.
Non sostituisce la scienza, ma la accompagna.
Non risolve il problema, ma può scuotere le coscienze.
Uno scatto può diventare memoria, denuncia, educazione e invito all’azione.
Per questo la fotografia non deve limitarsi a raccontare la bellezza del mondo: oggi, più che mai, deve anche mostrarne la fragilità.
Cambiamento climatico