17/08/2026
Caro Presidente Gravina, anche se in questo periodo sarete tutti in ferie, ci tenevo a presentarle alcuni dei dilettanti che hanno partecipato agli ultimi Europei di Atletica e Nuoto. Giusto per ricordarle che, mentre il nostro calcio milionario annaspa, questi "dilettanti" a Birmingham si sono presi il primo posto nel medagliere e a Parigi hanno conquistato il maggior numero di podi in assoluto. Ecco la mia squadra Italiana di precari dello sport, che le consiglierei per le qualificazioni dei prossimi mondiali:
- Gianmarco Tamberi, nato a Civitanova Marche, 1giugno 1992, altista
- Nadia Battocletti, nata a Cles, 12 aprile 2000, mezzofondista
- Sara Curtis, nata a Savigliano, 19 agosto 2006, nuotatrice
- Anita Gastaldi, nata a Bra, 27 maggio 2003, nuotatrice
- Larissa Iapichino, nata a Borgo San Lorenzo FI, 18 luglio 2002, lunghista
- Simona Quadarella, nata a Roma, 18 dicembre 1998, nuotatrice
- Andy Díaz Hernández, nato a L’Avana, 25 dicembre 1995, triplista
- Nicolò Martinenghi, nato a Varese, 1agosto 1999, nuotatore
- Leonardo Fabbri, nato a Bagno a Ripoli, 15 aprile 1997, pesista
- Chiara Pellacani, nata a Roma, 12 settembre 2002, tuffatrice
- Paola Padovan, nata a Feltre, 4 dicembre 1995, giavellottista
Atleti che si allenano per anni per arrivare ad una gara che dura pochi secondi o pochi minuti. E che ricevono una frazione dell’attenzione che viene riservata ad una partita di calcio, ad una polemica arbitrale, ad una scelta di mercato. E allora diciamolo: il calcio italiano dovrebbe imparare qualcosa da questi giovani atleti e dalle loro rispettive discipline. Meno alibi. Meno polemiche. Più programmazione, più settore giovanile, più lavoro, ma soprattutto più cultura sportiva. Perché quando atletica e nuoto vincono, vince L’Italia. E forse, considerate le storie personali di questi ragazzi, dovremmo smettere di considerare gli altri sport come una parentesi estiva da raccontare in alternativa al calcio, soltanto quando arriva una medaglia. Per gran parte dei media, del pubblico e purtroppo anche degli Enti di Promozione sportiva, esistono solo il calcio e pochi altri sport.
E potrei andare avanti a lungo, caro Presidente Gravina.
Ma scommetto che i miei amici qui nei commenti le daranno altri suggerimenti. E allora magari per il prossimo Mondiale le prestiamo anche la staffetta 4x400 d'oro: almeno loro in porta ci arrivano.
Mi permetta ancora un pensiero, Presidente.
Negli ultimi 10 anni, la progressiva finanziarizzazione dello sport ha contribuito a modificare dinamiche che, fino a poco tempo fa, sembravano intoccabili. Uno dei principali cambiamenti che si è verificato in questo decennio riguarda l’addio definitivo alle grandi famiglie imprenditoriali, legate a una visione dello sport certamente più romantica ma, al tempo stesso, meno inclini a proiettare il business verso una nuova era sportiva ed economica.
In questo senso, l’uscita di scena delle figure tradizionali ha innescato un profondo cambiamento anche nelle logiche di investimento che caratterizzano le società sportive. Il capitale, infatti, è sempre più il mezzo utilizzato per spazzare via i vecchi modelli di business e per crearne e accrescerne di nuovi, con l’intenzione di introdurre pratiche manageriali sempre più strutturate e in linea con gli obiettivi aziendali.
È quello che, in sostanza, fanno gli attuali protagonisti dello sport globale: fondi d’investimento, private equity, grandi gruppi finanziari. La trasformazione del sistema d’impresa in ambito sportivo parte dunque da un presupposto chiaro: i fondi non comprano una squadra per allenarla meglio, per svilupparne il settore giovanile, ma per renderla un’azienda che vale di più. In questa prospettiva, per i nuovi investitori, le organizzazioni sportive rappresentano asset strategici in grado di fungere da moltiplicatore del valore e, in moltissimi casi, per diversificare il rischio del portafoglio investimenti.
Perché si investe tanto nel calcio?
Ed è proprio la gestione della volatilità l’ambito più controverso ma anche quello più interessante delle nuove proprietà a carattere finanziario. Infatti, mettendo da parte per il momento il peso del successo sportivo, le organizzazioni professionistiche non sono diventate improvvisamente di interesse per la finanza perché eliminano il rischio, quanto perché ne introducono uno finanziariamente più gestibile.
Per un investitore istituzionale, la vera opportunità non è acquistare una squadra che sa di poter vincere ogni anno, bensì entrare in un settore con dinamiche economiche peculiari: asset scarsi difficilmente replicabili (i club), diritti TV in crescita, esposizione del brand a livello internazionale, sviluppo e valorizzazione del patrimonio immobiliare.
Si investe, dunque, non necessariamente per ottenere vittorie nell’immediato, benché la conquista di un trofeo sia un potente acceleratore della crescita dell’immagine di un brand. In realtà, lo scopo primario delle nuove proprietà è quello di aumentare il valore societario, anno dopo anno, per monetizzare da una futura rivendita. Ciò significa che valore sportivo e valore d’impresa viaggiano su due binari paralleli ma differenti. La sfida pertanto è una: costruire bilanci sostenibili anche in assenza di vittorie. Anche in assenza di vivaio, di settore giovanile. Ed a perdere, in primis, sono le periferie delle città, tutti quei luoghi dove il pallone era centro di aggregazione, era un modo per togliere i ragazzi dalle strade. Giacomo Verrua