Fioreria Bassano "Ai Fiori di Irene e Lorenzo"

Fioreria Bassano "Ai Fiori di Irene e Lorenzo" Il nostro segreto.. la nostra passione. Fioraio

14/03/2026
Splendido pesco con clematis venite in pia passalacqua un viale bellissimo e davanti al mio negozio questa meraviglia
14/03/2026

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05/03/2026

FESTA DELLA DONNA🌼💛

28/02/2026
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12/02/2026

SAN VALENTINO❤️

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SAN VALENTINO💖

13/11/2025

Mi chiamavo Beatrice Cenci.
Era il Cinquecento.
Mio padre mi aveva rinchiusa nella Rocca di Petrella,
lontano da Roma, lontano dal mondo.
Vivevo sorvegliata, controllata, privata di ogni libertà.
Subivo violenze, umiliazioni,
e abusi sessuali da chi avrebbe dovuto proteggermi.
Tutti sapevano.
Nessuno parlava.

Sono nata nel 1577, in una delle famiglie più ricche e potenti di Roma.
Ma la nobiltà non proteggeva le donne.
Proteggeva solo gli uomini, anche quando erano mostri.
Mio padre, Francesco Cenci, era temuto da tutti.
Violento, arrogante, impunito.
Aveva già ricevuto denunce per abusi e percosse,
ma bastava il suo nome per farle sparire.

Quando morì mia madre, avevo solo sette anni.
Da allora, la nostra casa si riempì di paura.
Lui dilapidò il patrimonio, disprezzò la legge,
e fece della nostra vita un inferno.
Poi ci portò via: me, i miei fratelli e la mia matrigna Lucrezia.
Ci rinchiuse nella Rocca di Petrella, un castello isolato tra le montagne.
Lì, ogni giorno era uguale al precedente.
Ogni notte era peggiore.

Chiesi aiuto.
Scrissi lettere, suppliche, denunce.
Ma nel Cinquecento una figlia non poteva accusare un padre.
E un uomo ricco non aveva mai colpe.
Pregai di poter entrare in convento, ma il Papa non mi rispose.
Così capii che la mia libertà dovevo prendermela da sola.

Era il settembre del 1598.
Con mia matrigna Lucrezia e mio fratello Giacomo
abbiamo deciso di ribellarci.
Non per vendetta.
Per sopravvivenza.
Lo addormentammo con l’oppio, poi lo colpimmo.
Non fu odio, fu disperazione.
Fu l’unico modo per smettere di morire ogni giorno.

Ci scoprirono.
Ci arrestarono.
Ci torturarono.
E il Papa Clemente VIII volle la nostra morte come monito.
Non per giustizia, ma per potere.
Perché la ribellione di una figlia era più pericolosa di mille delitti.

L’11 settembre 1599 mi portarono sul ponte di Castel Sant’Angelo.
Indossavo un abito bianco.
Il popolo di Roma piangeva.
Molti sapevano che non ero un’assassina,
ma una vittima che aveva detto basta.
Mi inginocchiai, baciai una croce,
e aspettai il colpo di spada.

Avevo ventidue anni.
Mi tagliarono la testa, ma non la mia dignità.

Dicono che ogni anno, nella notte tra il 10 e l’11 settembre,
una ragazza vestita di bianco cammini su quel ponte
con la testa tra le mani.
Non per spaventare.
Per ricordare.

Mi chiamavo Beatrice Cenci.
E sono morta per aver detto no.
Ma la mia voce, quattro secoli dopo,
continua a gridare:
nessuna figlia deve più morire
per liberarsi da un padre che ha abusato di lei per tutta la vita.

I femminicidi della storia
un progetto di Irene Vella

Indirizzo

Via Passalacqua 15/17
Bassano Del Grappa
36061

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