05/05/2026
Info: [email protected] BIBART, Biennale d’Arte contemporanea per la quinta edizione aumenta il numero delle opere esposte per ogni artista portandole a quattro, Bibart si svolgerà in due città: Bari e Martina Franca, il periodo espositivo si terra dal 10 luglio al 10 agosto 2026, l’esposizione a Bari avverrà in Chiese storiche del borgo antico, Santa Teresa dei Maschi (Museo del Colore) e San Gaetano, Martina Franca (TA) Conservatorio di Santa Maria della Misercordia detto Convento delle Monacelle. Il tema dell’edizione 2026 è “La Speranza”
“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile” Francesco d’Assisi
Parlare oggi di speranza è un atto di coraggio. Le notizie che arrivano raccontano di guerre, genocidi, distruzione e futuri interrotti. Le immagini scorrono veloci sugli schermi e ci appaiono feroci ma poi passano e ci facciamo prendere dalla vita di tutti i giorni, ma il peso che portano quelle immagini è reale: città distrutte, persone costrette a lasciare tutto, bambini assassinati. In mezzo a tutto questo, la speranza può apparire fragile e quasi fuori luogo.
Eppure è proprio nei momenti più bui che la speranza diventa necessaria. Non è un’illusione ingenua né un modo per ignorare la realtà. Al contrario, è una scelta cosciente e consapevole: quella di credere che, nonostante tutto, qualcosa possa cambiare. È la forza che spinge chi soffre a rialzarsi, chi ha perso tutto a ricominciare, chi osserva da lontano a non restare indifferente.
La speranza oggi non è fatta di grandi promesse, ma di piccoli gesti. È nelle mani di chi aiuta, nelle parole di chi consola, nelle decisioni di chi sceglie la pace invece della violenza. È nel rifiuto di abituarsi alla guerra, nel continuare a indignarsi, nel non smettere di immaginare un mondo diverso.
Forse la speranza non può fermare da sola i conflitti, ma può cambiare il modo in cui gli esseri umani reagiscono ad essi. Può unire invece di dividere, costruire invece di distruggere. E anche se sembra poco, è da lì che ogni cambiamento ha inizio. In questo contesto, l’arte assume un ruolo fondamentale. L’arte non ferma le guerre, ma può cambiare lo sguardo delle persone. Può dare voce a chi non ne ha, raccontare il dolore senza banalizzarlo, e allo stesso tempo aprire spiragli di senso. L’arte può denunciare, ma anche curare. Può trasformare la sofferenza in espressione, il caos in significato. Può ricordarci che, nonostante tutto, condividiamo emozioni, paure e desideri. In un mondo diviso, l’arte costruisce ponti invisibili.
La speranza oggi non è qualcosa di grande e luminoso, ma qualcosa di piccolo e ostinato: un gesto, una parola, un’opera che riesce a farci prendere coscienza e consapevolezza.
In un mondo ferito, la speranza non è debolezza. È resistenza. Novità della 5^ edizione è l’apertura di una sessione di artisti che confluiscono nel filone artistico definito ART BRUT. L’idea nasce dalla collaborazione della Bibart Biennale con il gruppo ArtBrut22 e le Associazioni di promozione sociale Occhi Verdi e ventidue.tv, nate nell’ambito del GRUPPO PHOENIX – Ente Gestore di strutture di riabilitazione psichiatrica – con l’obiettivo di promuovere percorsi di inclusione sociale e di migliorare la qualità della vita. L’arte che cura dando forma, espressione ad un vissuto che ha creato sofferenza, questo è il fascino dell'Art Brut, capace di aprire dinamiche emozionali non comuni. Questi autori creano senza preoccuparsi delle critiche pubbliche e delle opinioni degli altri. Non cercando né riconoscimento né approvazione, progettano un universo per proprio uso. Il loro lavoro, non è toccato dalle influenze esercitate dalla tradizione artistica e utilizza modalità di rappresentazione uniche. La nozione di Art Brut si basa sia su caratteristiche sociali che su particolarità estetiche. L’Art Brut nasce subito dopo la fine della seconda guerra mondiale grazie all'artista francese Jean Dubuffet (1901-1985) che fu per tutta la vita un ribelle e si oppose all'arte tradizionale per ricercare nuove forme espressive. Pittore e scultore, ma anche filosofo e teorico dell'arte, il suo interesse verteva sulle persone prive di formazione culturale, coloro che vivevano ai margini della società, estranei ai circuiti dell'arte tradizionale (in particolare bambini e malati psichiatrici), capaci di esprimere il proprio immaginario, rompendo i contatti con la realtà. I pazienti psichiatrici erano gli artisti che Dubuffet preferiva: amava scovare persone recluse che si sentivano comunque libere di creare. Visitò in lungo e in largo manicomi e case di persone con disturbi mentali, cercando, nelle cartelle cliniche e nei luoghi da loro abitati, la testimonianza del loro tratto caotico. Un linguaggio composto da alfabeti misteriosi, da forme vorticose e ipnotiche. Colori violenti che rappresentavano fragili stati mentali e prospettive non conformi al mondo. Notevoli, forse proprio perché imbevuti dell'infelicità, del dolore e della miseria umana, espressione della loro condizione di reclusi e di persone inascoltate.