03/11/2025
Immaginate la scena: bar patinato, bartender impeccabile, musica perfetta, mise en place da copertina. Ordinate un Daiquiri “con fresche note agrumate”… e vi ritrovate a bere un integratore post-calcetto al gusto “collutorio da 18€”.
Benvenuti nell’era della miscelazione moderna, dove la frutta fresca è stata cacciata come una strega dall’Inquisizione.
Al suo posto? Acidi citrici, malici, tartarici, fosforici e altre pozioni “scientifiche” che promettono precisione e standardizzazione, ma regalano solo cocktail tutti uguali, da Milano a New York, noiosi come caramelle gommose tutte dello stesso sapore.
Una volta il succo fresco di lime era il cuore pulsante della miscelazione: dava vita, aroma, consistenza e quella meravigliosa imperfezione che rendeva ogni drink unico.
Oggi invece “less is better” è diventato “chemical is better”, e i bar si trasformano in micro-fabbriche con drink clonati e bartender più interessati a Instagram che al succo di limone.
E poi la solita scusa della sostenibilità: “eliminiamo gli agrumi per ridurre gli sprechi”.
Ma davvero credete di salvare il pianeta non comprando i limoni? Dieci anni fa li mettevate nel disidratatore acceso h24!
Forse, più che di sostenibilità, parliamo di pigrizia, ego e mancanza di passione.
Questa “evoluzione culturale” che vorrebbe il bartender simile a uno chef o a un chimico, in realtà ricorda i terribili sweet & sour in busta degli anni ’90: gli stessi che avevano ucciso i Tiki e appiattito la miscelazione in tutto il mondo.
E mentre chiedete una fettina di limone per il vostro Gin Tonic e vi rispondono che “non serve”, un limone, in un angolo, piange sommessamente:
“Facevo solo il mio lavoro… farmi spremere per gli altri.”
L'articolo completo di Bastian Contrario è disponibile su https://bartales.it/flipbook/bartales-n-3-novembre-2025/ -n-3-novembre-2025/144