27/09/2026
👉 UN BRAVO TECNICO DEL COMPORTAMENTO È UN ANIMATORE DI FESTE PER BAMBINI
Io lo sostengo da sempre, e più lavoro con i bambini più ne sono convinta: un bravo tecnico del comportamento dovrebbe avere qualcosa dell’animatore di feste per bambini.
Non perché il nostro lavoro sia un gioco.
Ma perché, quando lavoriamo bene, il gioco diventa lavoro senza che il bambino debba accorgersi del confine.
È qui, secondo me, che passa una delle differenze più importanti tra il tecnico asettico da protocollo e una figura autenticamente educativa.
Il primo entra in una stanza con il programma sotto il braccio. Il secondo entra e guarda il bambino.
Guarda cosa gli accende gli occhi. Cosa lo fa avvicinare. Cosa lo incuriosisce abbastanza da interrompere quello che stava facendo. Quale rumore gli strappa una risata, quale materiale gli fa allungare una mano, quale assurdità lo sorprende, quale personaggio potrebbe abitare quella stanza per mezz’ora.
Perché prima ancora di chiederti che cosa devo insegnare?, devi essere capace di domandarti: come faccio a diventare interessante abbastanza perché questo bambino abbia voglia di restare qui con me?
E questa non è una competenza minore.
È una competenza gigantesca.
Bisogna saper costruire una festa con quasi niente. Una scatola può diventare un vulcano, una ciotola una pozione, una pallina di gel il centro di un universo, un cucchiaio una bacchetta, una tovaglia il mantello di qualcuno che ancora non esisteva cinque minuti prima.
Bisogna essere disposti a sedersi per terra, travestirsi, fare una voce improbabile, inventare una storia, correre, nascondersi, aspettare, sbagliare apposta, ridere davvero.
E, dentro tutto questo apparente disordine, sapere esattamente cosa si sta facendo.
Perché il bravo tecnico non smette di essere tecnico quando gioca.
È tecnico proprio mentre gioca.
Mentre sembra che stia preparando una torta finta, sta costruendo occasioni di mand. Mentre fa comparire un oggetto assurdo, lavora sul tact. Mentre trasforma una stanza in uno scenario, crea opportunità per imitazione, ecoico, recettivo, intraverbale, turnazione, attenzione condivisa, flessibilità, autonomie.
Il programma c’è.
Solo che non si vede come un’impalcatura davanti al bambino.
Sta sotto.
Tiene in piedi la scena.
Ed è questa, per me, la raffinatezza del mestiere: possedere una tecnica sufficientemente solida da non avere bisogno di esibirla continuamente.
Perché un bambino non è il luogo in cui dimostrare quanto siamo bravi ad applicare un protocollo. È una persona che deve avere una ragione per venirci incontro.
Ed ecco perché io faccio fatica a riconoscermi nella rappresentazione sanitaria del mio lavoro.
Io mi sento profondamente, irrimediabilmente, orgogliosamente educativa.
Educativa tutta la vita.
Perché educare significa entrare nel mondo dell’altro senza colonizzarlo, costruire condizioni perché possa imparare, aumentare le sue possibilità di azione, insegnargli qualcosa che domani gli servirà quando noi non saremo lì.
Significa avere obiettivi rigorosi e mani sporche di tempera.
Avere una presa dati e un cappello ridicolo in testa.
Conoscere l’analisi funzionale e sapere contemporaneamente trasformare una scatola di cartone nel posto più interessante della stanza.
Il rigore non è stare composti.
La professionalità non è essere freddi.
La competenza non si misura dalla quantità di distanza che riusciamo a mettere tra noi e un bambino.
Si misura anche dalla quantità di vita che sappiamo mettere dentro un apprendimento.
Per questo, quando immagino un grande tecnico del comportamento, non vedo qualcuno seduto dall’altra parte di un tavolo.
Vedo qualcuno capace di preparare una festa.
Una festa progettata con precisione, osservata con intelligenza, attraversata da obiettivi educativi rigorosi.
Ma pur sempre una festa.
Perché soprattutto nell’infanzia abbiamo una responsabilità ulteriore: insegnare senza portare via l’infanzia mentre insegniamo.
E se alla fine della giornata il bambino ha imparato molto, ha riso moltissimo e magari non si è nemmeno accorto di quanto abbiamo lavorato, allora probabilmente abbiamo fatto qualcosa di straordinariamente serio.
Con un cerchio magico in mano.