03/05/2026
«Basta essere consapevoli che l’occupazione durerà tre giorni». Primo maggio del 1986, quattro giorni dopo il disastro nucleare di Chernobyl, Gianni pronuncia quelle parole prima che venga aperto il cancello di quello che sembrava un obiettivo impossibile: una fortezza militare abbandonata. Cinque ettari di tunnel, sotterranei, cunicoli e piazze disposti su tre anelli e circondati da un parco, nel popolare quartiere di Centocelle. Occupati e trasformati in un centro sociale, 40 anni fa.
Il cancello viene aperto al termine della quarta Festa del non lavoro - nata in protesta contro le logiche di sfruttamento del mercato - organizzata nel parco esterno. Il palco, montato durante il fallout radioattivo. Antinuclearismo e ambientalismo incisi nel dna. A realizzare la Festa un gruppo eterogeneo di punk, anarchici, comunisti, femministe che avevano già dato vita a una rivista autoprodotta. In Vuoto a perdere si parlava di corpi, tematiche lgbtq, antimilitarismo, tempo liberato, antifascismo.
Le prime assemblee di gestione contengono già i tratti distintivi dell’occupazione: nessun collettivo politico, nessuna area di riferimento, solo soggettività riunite intorno a una parola d’ordine: autogestione. La cultura si fa strumento di lotta, la politica si mischia con la festa, perché: «Se non ballo non è la mia rivoluzione». Non a caso, nel 1995, durante la mobilitazione contro la messa all’asta del Forte, gli attivisti organizzano la prima street parade italiana, finita con un rave al Campidoglio. Creatura strana, il Forte Prenestino: sceglie l’ironia della “frivolezza tattica”, come strumento di contestazione, incarnerà sempre la parte creativa del movimento.
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